Analizziamo il testo innovativo della Regione Toscana partendo da esperienze reali che devono guidarci nel dibattito sul fine vita. Fine vita che questa legge – terzo tentativo in Italia – potrebbe riuscire ad affrontare.
La Toscana ha approvato una legge che regola il suicidio medicalmente assistito. Dopo i tentativi di Veneto e Lombardia, questa è la prima regione italiana a legiferare in merito. La normativa stabilisce le procedure e i tempi per consentire ai pazienti di richiedere questo tipo di assistenza, in conformità con la sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale.
Come si può fare richiesta per il fine vita assistito
Presentazione della richiesta: Il paziente presenta una domanda alla propria Azienda Sanitaria Locale (ASL) per accedere al fine vita assistito. In questo caso il paziente deve essere già preso in carico dal sistema sanitario toscano. A questo punto viene istituita una Commissione Etica: Entro 15 giorni dall’entrata in vigore della legge, le ASL devono istituire una Commissione multidisciplinare permanente per valutare le richieste. La Commissione verifica entro 20 giorni se il paziente possiede i requisiti stabiliti dalla Corte Costituzionale. Tra i requisiti devono esserci una patologia irreversibile, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, la capacità di intendere e volere, la sofferenza fisica o psicologica a livello intollerabile.
Come funziona il fine vita assistito
Se i requisiti sono conformi alla legge, entro 10 giorni la Commissione stabilisce le modalità per l’attuazione del fine-vita. Entro 7 giorni dall’approvazione, l’ASL fornisce al paziente il supporto tecnico, farmacologico e l’assistenza sanitaria necessari per una autosomministrazione del farmaco, che sarà letale. Tutte le prestazioni sono gratuite per il paziente. La legge prevede uno stanziamento di 10.000 euro all’anno per tre anni per coprire i costi. Questa normativa mira a garantire un percorso chiaro e rispettoso per i pazienti che scelgono il suicidio assistito, colmando un vuoto legislativo a livello nazionale.
Evitiamo le sofferenze del “nastro trasportatore”
L’integrazione dei principi bioetici nella medicina di emergenza-urgenza e in terapia intensiva è fondamentale per garantire un’assistenza sanitaria che rispetti la dignità e l’autonomia del paziente. La bioetica, nata negli anni ‘70, unisce la conoscenza biologica ai valori umani, offrendo un quadro di riferimento per affrontare dilemmi etici complessi. In un contesto sempre più multiculturale, è essenziale che i professionisti sanitari promuovano scelte consapevoli, rispettando le diverse prospettive culturali e morali dei pazienti. Questo approccio non solo migliora la qualità delle cure, ma rafforza anche la fiducia tra medico e paziente, elemento cruciale nelle situazioni critiche tipiche dell’emergenza-urgenza.
Dietro alle parole ci sono le persone: quali persone possono richiedere un fine vita assistito?
Ora è il momento di un’esperienza personale. Di quelle che i soccorritori vivono giornalmente. Ne abbiamo piena la testa di queste storie. Per esempio Margherita. E’ stata una donna di 70 anni che ha affrontato un glioblastoma di quarto stadio. Giuseppe, invece, un uomo che ha affrontato un tumore al pancreas preso troppo tardi. Entrambi non hanno avuto speranza di sopravvivenza. Ma uno dei due ha potuto vivere la morte con dignità. Alla fine, si tratta sempre di cosa vorremmo per noi quando quel momento – immancabilmente – arriverà. E la Regione Toscana – dopo il Veneto e il timido tentativo della Lombardia – cerca di scardinare questo tabù: il tabù della morte.
Il viaggio verso la morte passa sempre in ambulanza
Qualunque soccorritore nella sua breve o lunga storia di viaggi in ambulanza ha visto e affrontato storie, emozioni e situazioni estremamente toccanti e variegate. Ma credo che mai come parlare con le persone che sanno di avere una vita breve davanti, aiuti a capire l’importanza di una legislazione adeguata per trattare il cosiddetto “fine vita”. Che poi, il modo con cui si chiama questo passaggio tutti i giorni è “morte”. Nè più nè meno che uno stato in cui smettiamo di essere, ma non di esistere.
Affrontare il fine vita sapendo cosa vogliono dire le parole
Purtroppo il malato può smettere di esistere prima di morire. Succede soprattutto quando la sua dignità non è tutelata dal servizio sanitario. Prendiamo l’esempio di Margherita. Aveva appena compito 69 anni quando le hanno diagnosticato un glioblastoma fra il terzo e il quarto stadio. Il marito e i figli se ne erano resi conto per caso, sospettando un ictus. La corsa al Pronto Soccorso – purtroppo – ha rilevato molto peggio. Dopo l’operazione, la chemio, la radio e il tentativo di approcciare cure innovative, sono iniziati i problemi veri. Una caduta, una semplice caviglia slogata, ha portato i familiari in Pronto Soccorso. Il PS dello stesso ospedale dove la donna aveva fatto le cure chemioterapiche non ha avuto la prontezza di capire come trattare il caso. E’ stato necessario un calvario di telefonate, di raccordi, di prese in carico e burocrazie per far si che la gestione avesse un percorso dedicato e tutelato come paziente sia oncologico che cognitivamente incapace. Il problema? Si sceglie di farlo a casa. Dove la rete di assistenza non è la stessa delle struttre. La storia di questa donna e dei suoi familiari, a questo punto cambia. Figlia e marito vengono informati meglio della situazione. Una dottoressa inizia a parlare di palliative. Si trova un percorso di fine vita “accompagnato”. La malata e la sua famiglia evitano il dolore e la difficoltà di assistere una paziente in solitudine, senza supporti, senza – di fatto – garantire una dignità a un corpo morente.
Affrontare il fine vita senza sapere cosa vogliono dire le parole
Ma non tutte le storie finiscono allo stesso modo. Perché nella stessa città, nello stesso ospedale, è stato curato anche Giuseppe. Giuseppe che aveva 58 anni ed era forte, si è ammalato di un tumore al pancreas. Scoperto forse tardi, o forse solo sfortunato. Con l’ambulanza veniva portato a fare le cure oncologiche. Dieci minuti in cui anche i volontari si prendevano la loro lavata di capo per lo stato dimesso dell’ambulanza con cui si facevano i trasporti. Ma il figlio di Giuseppe era da capire. Il figlio di Giuseppe, e la madre, e la sorella, stavano vivendo una via crucis di sofferenza, urla, antidolorifici inefficaci. A loro la scelta di portare il padre in un centro per le cure palliative non è stata proposta. Non l’hanno richiesta. Dopo, solo dopo, hanno capito cosa significhi “palliative” e quanta importanza hanno nella gestione della morte di una persona che non ha più speranza di vita. Ancora oggi Giuseppe – che nel frattempo è diventato volontario – racconta la sua esperienza e si maledice per non aver studiato abbastanza. Perché se l’avesse saputo prima come funzionavano le palliative, l’accompagnamento al fine vita, avrebbe di certo scelto un percorso simile.
Cari politici, non prendete in giro chi vuole solo il rispetto della Costituzione
Oggi sarebbe una buona cosa evitare le lotte e i sotterfugi ideologici per contestare una scelta legislativa onesta e giusta. La nostra Costituzione all’Articolo 36 dice che tutti i lavoratori devono avere un reddito che consente a sé stessi e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Basterebbe già questo: il faro del nostro vivere comune è che le persone possano essere libere, e vivere con dignità la propria esistenza. Forse proprio nella morte, proprio nel momento in cui il sipario si chiude, non bisognerebbe la parola dignità. Perché anche morire, alla fine, è un momento della propria vita.







