Parliamo di noi e degli incidenti che coinvolgono le ambulanze: milioni di commenti, poche riflessioni. Ma cosa è davvero meglio fare in queste situazioni?

Genova, soleggiata giornata primaverile. Incidente su un semaforo complesso, con una serie di fattori difficili da comprendere e affrontare. Ma tutti siamo già arrivati a conclusioni che i periti metteranno in piedi in anni. Perché cerchiamo subito un capro espiatorio? E perché non capiamo che il rischio, prima di tutto, lo corriamo proprio noi che giudichiamo?

In questo editoriale, sul tavolo dell’imputato, mi ci metto anche io. La prima volta che ho visto l’incidente dell’ambulanza della Croce Verde di Quarto dei Mille a Genova, ho avuto la stessa identica reazione che stanno avendo in questo momento migliaia di persone. Soprattutto di autisti-soccorritori, che affollano Facebook, Instagram e Tik-Tok per giudicare, per dire la propria opinione.

La falsa sensazione del punto di vista

Per fortuna, oggi abbiamo dei dati certi da cui iniziare questo articolo. Nessuno dei coinvolti in questo incidente è seriamente infortunato o in pericolo di vita. Se da un lato questa notizia ci conforta, dall’altro spinge molte persone a commentare con ancora più acrimonia (o cattiveria) la situazione che si vede. Vedere è sottolineato milioni di volte, perché noi vediamo la situazione da un punto di vista totalmente diverso da quello dell’autista-soccorritore coinvolto.

Mai condannare, sempre immedesimarsi

Fatta questa premessa, noi che viviamo il mondo dell’emergenza-urgenza dovremmo avere l’accortezza e la capacità di cambiare il nostro punto di vista. Dovremmo cristallizzare la situazione e ruotare il punto di osservazione. E dalle informazioni raccolte, ve lo posso assicurare, la storia che si vede cambia radicalmente. Iniziamo dalle condizioni ambientali. La giornata è di sole pieno, su un incrocio leggermente in salita con una intersezione a gomito. La strada principale corre – dal video che abbiamo osservato tutti – da sinistra verso destra. E’ corso Europa, leggermente in salita. L’ambulanza ha a bordo un codice rosso, confermato dalla Centrale Operativa. Sta per affrontare l’incrocio e ci sono tre aspetti che noi non vediamo: la corsia preferenziale è circondata da due pareti-pensiline per gli autobus, che creano un canale visivo chiuso. Via mosso – da dove scende la Panda, è una curva a gomito con corsia di immissione molto stretta. Via Scribanti ha un’immissione in discesa molto veloce, da cui sta scendendo un’altra ambulanza in sirena.

I maledetti tre fattori + 1: il tunnel della convinzione mentale

In medicina esiste una filosofia importante, quella dell’errore clinico. E’ un fattore che quando bisogna prendere decisioni vitali per il paziente, non può essere evitato. L’errore clinico avviene quando il medico deve prendere troppe decisioni in uno scarso lasso di tempo. La filosofia dell’errore clinico (che si basa sul testo di Evans del 1978) è un punto di partenza importante per analizzare questa situazione. La situazione che si affronta prevalentemente, l’incidenza dei rischi, le potenziali reazioni da mettere in atto, la riproducibilità dell’errore e quindi il suo studio e le caratteristiche dell’azione di contrasto all’errore fanno parte della formazione dei medici. Piano piano stanno entrando anche nelle capacità operative dei tecnici sanitari, e devono essere applicate anche alla guida sicura.

In questo caso, abbiamo i terribili 3 fattori+1:

  • Un canale visivo di partenza.
  • La sirena di un altro mezzo che attraversa
  • La strada libera dalla parte più pericolosa dell’incrocio
  • La strada libera dalla parte opposta, perché l’ambulanza che sfila copre la visione della Panda che sta impegnando l’incrocio.
  • Il frame successivo è il punto critico ignoto

A questo punto qualsiasi autista-soccorritore, a fronte di un incrocio “pulito” avrebbe cercato di uscire rapidamente. La valutazione della velocità d’ingresso e attraversamento dell’incrocio spetta agli inquirenti. Noi possiamo vedere quello che l’autista non vede e non può fisicamente vedere. Dal momento dell’ingresso nell’intersezione al momento dello schianto passano poco meno di due secondi. L’incrocio è lungo circa 15 metri. Si può ipotizzare un ingresso nell’incrocio prudente e diligente, connaturato alla natura dell’emergenza. Ma “il danno” avviene quando l’autista-soccorritore non può più vedere cosa succede nell’angolo cieco alla sua destra. In quel momento la Panda – probabilmente convinta che l’ambulanza in sirena che è passata sia quella che ha incrociato poco prima, impegna l’incrocio. Non si avvede della nuova ambulanza che sbuca da dietro quella appena passata. Qui c’è la concatenazione di sfighe che può avvenire spesso. Quell’incrocio – a Genova – è molto famigerato perché dotato di T-RED. Moltissimi autisti lo impegnano accelerando il prima possibile per paura delle multe. Ed anche questo motivo si aggiunge all’analisi. La Panda non ha frenato, l’autista non si avveduto dell’arrivo della seconda ambulanza.

Dopo lo schianto, i problemi da analizzare

A questo punto avviene lo schianto. Molto simile ad altri avvenuti in passato, sia in Trentino-Alto Adige che in Lombardia. L’auto colpisce l’ambulanza sul mozzo posteriore destro, devia completamente e inaspettatamente la direzione dell’ambulanza. La Panda è in accelerazione e probabilmente anche l’ambulanza sta aumentando la velocità per allontanarsi dal pericolo. In questo specifico evento, il problema è grave e la soluzione è contro-intuitiva. Il tentativo di controsterzare per tenere il mezzo in strada viene vanificato dall’impatto con il palo della luce. L’ambulanza a questo punto diventa ingovernabile e si ribalta. Quello che rimane, più dei danni fisici, sono le conseguenze mentali.

Le brutte giornate in ufficio capitano

Non è un caso che Rescue press abbia iniziato a lavorare tanto sull’analisi delle conseguenze mentali nei soccorritori. Fare questo lavoro è difficile. E’ duro. Comporta responsabilità e capacità di mantenere l’attenzione, la pazienza e la concentrazione a volte sovraumane. Sono indispensabili strumenti di analisi del rischio e di valutazione delle complessità. Conosco molti ragazzi della Croce Verde di Quarto dei Mille e proprio a loro adesso sto pensando: l’associazione si è già attivata con percorsi di supporto psicologico. Percorsi indispensabili, perché nessuno degli autisti di quella associazione è incosciente. Le brutte giornate, gli incidenti inaspettati, capitano. Ora dobbiamo analizzare il nostro ruolo. Quello legato alla sicurezza, alla mentalità, all’obiettivo di salute del gruppo e dei pazienti.

L’unica soluzione è prepararsi e studiare

Quella del soccorritore è una professione “giovane” che non ha ancora raggiunto una piena consapevolezza della cultura della sicurezza che lo coinvolge. L’autista-soccorritore è soggetto a stress non solo durante il turno ma anche nella sua sfera personale. Durante un intervento, l’attenzione del soccorritore è focalizzata soprattutto sulla rapidità della valutazione e sull’efficacia del trattamento del paziente. Un paziente in codice rosso genera un senso di urgenza e l’aspettativa di una risposta immediata. Questo senso di necessità può essere logorante e gli indizi sensomotori dei pericoli della scena possono essere sottovalutati. Il soccorritore si può “perdere” l’arrivo di astanti ostili sulla scena. Non avvedersi della presenza di materiali tossici o di importanti cambiamenti atmosferici. Non ultimo, vedere e dare una priorità alle condizioni da affrontare che “nascondo” un problema sottostante.

Il nostro ruolo è capire e migliorare la professione dell’autista-soccorritore, mai, mai e poi mai, condannare, colpevolizzare o accusare un collega ergendosi al di sopra delle proprie prerogative. Solo lavorando tutti assieme sulle cause, si possono risolvere le conseguenze. E, non dimentichiamolo mai, “si diventa migliori utenti della strada se si parte dalla testa, non dai pedali”.