Facebook si infiamma perché ci sono le automediche senza medico a Caserta? Noi continuiamo a guardare la luna al posto del dito: quando inizieremo a valutare il sistema non per le etichette ma per l’efficacia dei trattamenti?
Anche questa settimana ha visto partire l’ennesima polemica contro la figura dell’infermiere nel 118. Utilizzando il problema delle automediche “demedicalizzate” a Caserta, la pagina Facebook Nessuno Tocchi Ippocrate ha attivato una campagna che rischia di denigrare la figura che – nel mondo – è deputata a gestire i soccorsi avanzati sulle postazioni dell’emergenza pre-ospedaliera: l’infermiere.
Non ce ne vogliate: non abbiamo niente contro Nessuno Tocchi Ippocrate. La pagina facebook è stata per anni un riferimento contro le aggressioni al personale sanitario, in particolare volontari, infermieri e medici che stanno in trincea sulle ambulanze e in Pronto Soccorso. Ma le polemiche create sulla situazione casertana rischiano di colpire una categoria professionale – l’infermiere – che non solo non ha colpe, ma in tutto il mondo viene valorizzata per la sua efficacia in ambito pre-ospedaliero. A noi non piace lasciare i capri espiatori in balia dei social. Quindi cerchiamo di fare chiarezza.
Il cuore della polemica
Le cronache degli ultimi giorni, tra Salerno, Caserta e altre realtà del Mezzogiorno, riportano al centro del dibattito il tema delle automediche senza medico, con prese di posizione da parte di associazioni, sindacati e gruppi di cittadini. In questo clima, l’infermiere del 118 viene descritto come “lasciato solo”, trasformato in un surrogato improprio del medico. Frasi come “siamo frequentemente costretti a effettuare interventi in assenza del medico e quindi in totale solitudine”, oppure “non siamo in grado di garantire un’assistenza adeguata nè possiamo continuare a esporci a rischi per la nostra sicurezza” disegnano un quadro emotivo chiaro e fuoriviante. Il sottotesto della narrazione è molto chiaro. Niente medico, nessuna qualità di cura. Ma è davvero così?
Non è un problema di “chi”, ma di “come”
La miccia che accende l’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate, fotografa una situazione che in altri parti del Paese è quotidiana e governata: postazioni demedicalizzate, interventi complessi gestiti senza supporto medico in autonomia dall’infermiere, aumento degli interventi in cui l’infermiere sul territorio si confronta con il medico in centrale operativa. Normalità che non va neanche giustificata in tanti paese Europei e in Regioni del Nord Italia. Una situazione a cui però si attribuisce un velato fattore di rischio. Rischio che – è bene ribadirlo – se il personale è ben selezionato, ben formato, ben addestrato (e di conseguenza andrebbe anche ben pagato ndr) non può esistere. Lo dicono gli studi scientifici.
L’infermiere dell’emergenza non è un ripiego, è il futuro
L’infermiere di emergenza territoriale non è un professionista “a metà”. È una figura che può operare in autonomia clinica-decisionale, all’interno di algoritmi chiari, condivisi e validati, con una centrale operativa forte alle spalle e un sistema di back-up reale. In un sistema governato bene, con i medici che servono nelle postazioni che servono, l’infermiere è la migliore delle risorse possibili. Ma questo è possibile solo se il sistema sceglie una strada e la percorre in modo organizzato e rigoroso. Non può andare in ambulanza l’infermiere o il medico “purché abbia la laurea”. Ci va l’infermiere che ha laurea, certificazioni abilitanti, corsi di formazione continui, skill-practice validate e re-training. Non ci va, in ambulanza da solo, l’infermiere con il corso BLSD e il corso trauma base.
Cosa succede dove il sistema funziona?
In molte regioni del Nord Italia – Emilia-Romagna, Veneto, Toscana – l’infermiere è parte integrante di modelli multilivello, dove la medicalizzazione è selettiva e guidata dalla gravità, non dalla geografia o dall’abitudine. Qui l’automedica con medico viene inviata quando serve davvero, mentre altri interventi sono gestiti in sicurezza da team infermieristici ben formati, con teleconsulto e integrazione con DEA ed elisoccorso. Situazione che peraltro avviene anche in alcune realtà del sud: la stessa pagina facebook Nessun Tocchi Ippocrate pochi giorni dopo l’inizio di questa polemica ha raccontato di come un infermiere da solo abbia gestito il ROSC di un paziente in arresto cardiaco. “Si-può-fare” e funziona!
La presa di posizione di AIES: dove andiamo a guadare?
Sosteniamo anche quello che dicono Yari Barnabino e Roberto Romano dalle pagine della Accademia Italiana di Emergenza Sanitaria: “Da troppi anni il Paese discute di riforma del 118. I testi non mancano e sono depositati nelle Commissioni Parlamentari. Non mancano, a riguardo, neppure le posizioni istituzionali, come quella FNOPI sul DDL 1715, che sottolineava la necessità di interventi strutturali e di integrazione reale tra professionisti, evitando scorciatoie e frammentazioni. Il paradosso è evidente: la pratica cambia più velocemente delle regole, ma cambia male, perché lo fa in modo sempre più spesso non governato. Nel frattempo, sul territorio, gli infermieri vengono lasciati “soli” su scenari ad alta criticità, come denunciato, senza che gli sia data la reale opportunità di spendere le proprie competenze in sicurezza”.
Guardare oltre i confini: l’Europa insegna
Il dibattito italiano appare quindi miope se confrontato con quanto accade in Europa. In Francia e Germania, modelli physician-led convivono con un impiego razionale delle risorse, evitando la presenza medica “a tappeto”. In Svizzera infermieri e tecnici con competenze avanzate gestiscono il primo livello, con attivazione del medico su criteri clinici precisi. In alcune aree è direttamente il soccorritore tecnico che lascia il paziente a casa senza parere del medico, tramite algoritmo decisionale. La letteratura internazionale mostra che non è la presenza costante del medico a fare la differenza, ma il suo impiego mirato nei casi tempo-dipendenti complessi. Allo stesso modo, team non medici ben addestrati ottengono esiti sovrapponibili in contesti a bassa e media complessità, con maggiore sostenibilità del sistema. Nelle situazioni tempo-dipendenti non è l’arrivo del medico che salva il paziente, ma la messa in atto immediata di pratiche che possono fare anche i comuni cittadini fin da subito. Massaggio cardiaco, BLSD e STOP-THE-BLEED sono lì a dimostrarlo.
Il vero nodo: governance e responsabilità
Quindi il problema dov’è? Il problema è che il rischio viene spesso scaricato sull’ultimo anello della catena: l’equipaggio sul territorio. Mancano standard, percorsi formativi omogenei, tutele operative e una chiara architettura di rete. In questo vuoto, la polemica contro gli infermieri diventa un comodo diversivo, ma non risolve nulla. La domanda da porsi non è se “l’infermiere può farlo”, ma se il sistema gli consente di farlo in sicurezza, con strumenti adeguati e responsabilità condivise.
Per uscire dall’impasse servono scelte chiare, come suggerisce anche AIES nel suo position paper:
•Standard nazionali su composizione dei mezzi e livelli di risposta, basati su indicatori di esito e sicurezza.
•Algoritmi operativi uniformi, validati da società scientifiche multiprofessionali.
•Formazione avanzata e riconosciuta per infermieri e medici dell’emergenza territoriale.
•Centrali operative forti, con teleconsulto e reale capacità decisionale.
•Tutele per gli operatori, anche rispetto al rischio di aggressioni.
La polemica sulle automediche senza medico non può essere ridotta a uno scontro tra categorie. Anzi: non deve!
È un problema di sistema, di visione e di responsabilità politica. Continuare a ignorarlo significa accettare un cambiamento deregolamentato, che espone tutti – operatori e cittadini – a rischi evitabili.
Infine, permettete una chiosa
Non è polemizzando contro i video tiktok delle associazioni di volontariato che si ottiene un miglioramento delle condizioni lavorative dei centodiciottisti. Ogni canale di comunicazione deve essere usato in base al suo pubblico di riferimento. Mandare il balletto tiktok per reclutare volontari diciottenni, sulle pagine di incattiviti cinquantenni che guardano facebook solo per sputare sentenze nei commenti, aumenta il rischio di aggressione, non lo riduce. Cerchiamo di dare la giusta prospettiva a ciò che succede, perché per tutti, alla fine, conta solo il bene del paziente.







