Si avvicina l’inverno, ma soprattutto si avvicinano riflessioni importanti per il futuro del soccorso: cosa fare per mantenere la sostenibilità economico-gestionale del soccorso preospedaliero?
Rincari energetici, rimborsi sanitari in ritardo e pensati su costi invecchiati (molto male). In più, la necessità di un salto manageriale e organizativo: perché l’efficacia clinica e la sicurezza dei pazienti dipendono dalla tenuta finanziaria e dalla formazione del Terzo Settore?
di Redazione Rescue Press
Il sistema dell’emergenza-urgenza pre-ospedaliera italiana si regge su un presupposto spesso dato per scontato: la costante e ininterrotta disponibilità dei mezzi di soccorso sul territorio. Tuttavia, la realtà operativa e contabile delle associazioni di volontariato e degli enti del Terzo Settore riflette una crisi di sostenibilità non più rinviabile. Il drastico incremento dei prezzi dei carburanti e dei costi energetici generali ha trasformato la gestione quotidiana dei parchi veicolari in una sfida economica al limite del collasso. Per rifornire un’ambulanza di tipo Fiat Ducato con serbatoio da 80-90 litri di gasolio, la spesa media per un singolo pieno ha raggiunto e superato i 170-180 euro, con picchi che hanno toccato i 2,30 euro al litro, contro i meno di 100 euro necessari fino al recente passato.
Possiamo parlare di tutti i massimi sistemi che vogliamo, ma se un trasporto secondario di 50 km prima costava fra i 10 e i 20 euro, a seconda delle tabelle, dei mezzi, dei dipendenti e del corollario di costi per portare un infermo da casa sua all’ospedale e viceversa, oggi costa molto di più.
Se solo per il pieno del mezzo oggi ci sono circa 80 euro di aumenti, bisogna valutare l’enorme impatto che c’è sui bilanci delle realtà territoriali della Croce Rossa Italiana, dell’ANPAS, delle Misericordie e ANAS. In contesti metropolitani e regionali complessi, le sole spese per il carburante di un’associazione locale superano agevolmente i 65.000 euro annui, drenando risorse vitali destinate alla manutenzione e all’operatività. A rendere la situazione insostenibile è la netta distanza tra l’aumento effettivo dei costi di gestione e la stasi dei rimborsi, in molti casi fermi a convenzioni e tariffari risalenti al 2011 o capaci di coprire appena il 60% delle spese reali sostenute dai comitati locali.
La denuncia congiunta inviata dalle principali sigle del volontariato alle amministrazioni regionali e alle aziende regionali dell’emergenza sanitaria evidenzia che il carburante non costituisca una voce di spesa accessoria o rinviabile, bensì la precondizione tecnica indispensabile per mettere in moto la macchina del soccorso. Fino ad oggi, le associazioni hanno assorbito la forbice economica attraverso le donazioni private e lo sforzo dei propri volontari. Le divise non sono state cambiate. I mezzi sono in servizio con difetti banali, che non pregiudicano la sicurezza. Ma di transizione a veicoli elettrici non c’è ombra. Di innovazione, nemmeno a parlarne. Tutto per evitare che i rincari si traducano in una contrazione diretta dei servizi per la popolazione.
Tuttavia, questo margine di assorbimento è ormai esaurito. L’inflazione sui ricambi tecnici, sulle polizze assicurative, sui dispositivi di protezione individuale, sulle attrezzature sanitarie e sulle manutenzioni ordinarie minaccia la tenuta stessa delle convenzioni territoriali. La vulnerabilità contabile di alcune realtà è messa a dura prova da situazioni complesse, contenziosi e passività. Tante realtà hanno iniziato processi di fusione, perché il soccorso pre-ospedaliero non può più essere governato con logiche di pura sussidiarietà campanilistica o con gestioni prive di rigorosi strumenti di pianificazione finanziaria. Il rischio concreto, qualora non si intervenga tempestivamente, è la contrazione della copertura territoriale: se le associazioni muoiono, spariscono i mezzi di soccorso in numerose realtà locali, i tempi di soccorso si allungano, i servizi sociali si contraggono. I territori vengono abbandonati. Il disagio – e il degrado – aumentano.
Se da un lato le istituzioni regionali sono chiamate ad adeguare tempestivamente i criteri di rimborso all’andamento reale dei prezzi attraverso meccanismi di indicizzazione periodica, dall’altro lato il mondo del volontariato è chiamato a un decisivo salto di qualità manageriale. Per decenni, l’organizzazione dei trasporti sanitari e dei turni di emergenza ha mantenuto un’impostazione artigianale, storicamente generosa ma poco ottimizzata sotto il profilo dell’efficienza gestionale. Oggi la razionalizzazione delle risorse rappresenta una priorità strategica non più differibile. È necessario introdurre tecnologie di telematica avanzata per il monitoraggio dei consumi di flotta, algoritmi di instradamento intelligente per i trasporti secondari, sistemi di efficientamento energetico delle sedi operative e modelli gestionali basati sul controllo di gestione. Tuttavia, questa transizione tecnologica e organizzativa non può gravare interamente sulle spalle del volontariato. Risulta indispensabile la promozione di bandi pubblici dedicati e finanziamenti strutturali finalizzati alla digitalizzazione, all’ammodernamento ecologico dei parchi veicolari e alla formazione manageriale dei quadri direttivi dei comitati territoriali.
L’ottimizzazione economica e l’efficienza gestionale si intrecciano in modo indissolubile con la qualità del servizio di soccorso
L’evoluzione della medicina d’emergenza richiede un soccorso pre-ospedaliero sempre più competente, rigoroso e orientato all’appropriatezza terapeutica. Standard operativi complessi, come la gestione delle emorragie massive, l’approccio integrato al trauma, l’impiego di tecnologie avanzate di monitoraggio e rianimazione, si possono integrare nel mondo del soccorso in modo capillare e programmato solo se viene reso rigoglioso e sostenibile la base del lavoro dei soccorritori. Pretendere prestazioni cliniche d’eccellenza sul campo senza garantire le risorse per una gestione della flotta adeguata, una formazione continua efficiente e un ritorno di valore per i soccorritori, per i volontari e per la comunità, costituisce una contraddizione di fondo. L’investimento sui mezzi che presidiano il territorio non può essere considerato un costo, ma un investimento clinico primario, da sostenere attraverso centri di riferimento per i pazienti, luoghi di formazione per i first responders, centri didattici che possano formare soccorritori e cittadini.
Le risorse non ci sono? E’ vero. Ma dobbiamo capire cosa vogliamo per il futuro: fra 10 anni sarà più importante aver avuto 10 medici su 10 ambulanze che non coprono l’esigenza di tutti i servizi, con tempi di intervento di 30 minuti, oppure sarà più importante aver sostenuto 70 ambulanze di base e 30 auto infermieristiche, che però coprono un territorio più esteso e mantengono un presidio in aree dove non ci sarebbe altrimenti nessuno?
E’ il momento di decidere cosa vorremmo nei prossimi 10 anni per il nostro territorio. Come vorremmo veder trasformato il volontariato. Come vorremmo vederlo integrato maggiormente da figure professionali. Si possono coniugare la tenuta economico-finanziaria delle associazioni, la razionalizzazione tecnologica dei flussi operativi e l’elevata qualità della formazione. Si possono garantire tempi d’intervento efficaci e alto valore clinico reale, per un concreto beneficio di sopravvivenza per il paziente. Ma non lo si può fare pensando che le ambulanze si muovano solo grazie alla forza del volontariato.