E’ difficile inquadrare la riforma sanitaria che sta prendendo piede in Italia: cerchiamo di partire dalle nuove radici, coltivate con attenzione in diverse Regioni. Ecco a cosa serve il numero europeo armonizzato 116117, e da dove nasce la riforma che in Lombardia sta coinvolgendo i Pronto Soccorso

Per parlare di 118 del futuro, di ruolo del soccorso, di ruolo dei medici, degli infermieri e dei soccorritori, è necessario tornare indietro nel tempo. Nel 2006 infatti l’Unione Europea introduce il 116117, il numero unico europeo per le richieste sanitarie urgenti che non sono di emergenza. Differenza sottile, ma importante, rispetto al 112, che riguarda proprio le chiamate in cui è presente un pericolo immediato dove deve intervenire una squadra di emergenza.

Il primo modello di comunicazione fra centrale e paziente: il 112 in AREU

Dopo una fase di studio, i primi a far nascere e a usare il 116117 sono stati i tedeschi, seguiti da austriaci e finlandesi. Dal 2020 anche l’Italia ha iniziato questa sperimentazione, in Regione Lombardia. Ma un semplice numero non significa nulla se non c’è una riforma complessiva che trasforma il sistema sanitario da un modello di risposta senza controllo a un modello che ascolta, elabora e risponde in maniera adeguata. Per questo motivo, in Italia, alcune Regioni hanno lavorato con attenzione e pianificazione al modello 116117, facendo corrispondere alle riforme delle centrali operative, riforme sanitarie che trasformano il modo in cui gli la sanità cura i propri pazienti.

La centrale medica integrata: come funziona?

Il modello della Lombardia, che viene coordinato oggi in maniera integrale da AREU, è quello più avanzato da questo punto di vista. Con la riforma dell’urgenza ospedaliera, l’agenzia regionale ha preso sotto il suo controllo organizzativo la medicina di emergenza-urgenza e quella di urgenza. Grazie alla centrale medica integrata, nata nel dicembre 2022, in Lombardia c’è un sistema di supporto a tutti i livelli del 118 per il trattamento e la definizione dei percorsi che riguardano i codici bianchi e i codici verdi. Oggi, grazie agli interventi coordinati di questa agenzia, solo il 3% dei codici bianchi e dei codici verdi vengono inviati in Pronto Soccorso. La maggioranza dei casi invece viene rivalutata da medici esperti che tramite il caregiver e delle tele-visite possono ridurre la necessità di un accesso al Pronto Soccorso, un accesso spesso problematico per chi è anziano e poli patologico.

La storia del paziente, la clinica al telefono e il supporto a distanza

I pazienti cronici e i pazienti fragili però sono solo il 25% dei pazienti che vengono trasportati al Pronto Soccorso (e sono pazienti “filtrati” già dal 112). Il resto è fatto da una grande quantità di persone che arrivano in autonomia, o trasportati in autonomia dai caregivers. È lì che il 116117 e la riforma del Pronto Soccorso di pochi mesi fa interviene. La sperimentazione organizzativa è partita su Milano e in aree remote come la Valtellina. Usando lo stesso modello, AREU è riuscita a impostare un modello basato sulla chiamata, su un dialogo a distanza. Qui è necessario andare un po’ più a fondo e capire come gli utenti stiano prendendo una riforma che li porta ad avere – anche sulla risposta non-urgente – un supporto a distanza. Forse più “impersonale” perché non fisico, ma assolutamente preparto ed empatico.

Per capire meglio il funzionamento di questo modello abbiamo parlato con il Direttore Sanitario di AREU, il dottor Giuseppe Sechi.

 Integrando la gestione medico-infermieristica del preospedaliero con l’ospedaliero, che cambiamento vi aspettate dal punto di vista dei professionisti sanitari?
“Un rafforzamento del team dal punto di vista professionale, di utilizzo di comuni protocolli e percorsi formativi; ma anche un superamento della sensazione di assedio che vivono i professionisti del PS che vedono, anche per gli accessi gestiti dal 118, un surplus di carico di lavoro sopratutto quando il PS è in sovraffollamento. Partecipare alle attività di EU pre-ospedaliera consente al medico e all’infermiere di PS di poter acquisire una visione più ampia del sistema, superando le attuali frequenti contrapposizioni”

Mai perdere skills, grazie alle rotazioni

Questa riforma garantisce al medico e all’infermiere una rotazione sul sistema: cosa significa a livello di disponibilità e di numeri?
“La Delibera della Giunta regionale prevede che il personale assegnato alla struttura complessa “Pronto Soccorso e Medicina d’Urgenza” operi per almeno la metà dei turni ma per non più dei tre quarti degli stessi in PS; il messaggio è molto chiaro e rafforza il ruolo del medico e dell’infermiere nell’intera rete dei servizi di emergenza e urgenza, sia all’interno dell’ospedale che al di fuori. E’ naturale che la scommessa è stata quella di rendere più attrattiva la disciplina e quindi consentire una rideterminazione dei fabbisogni del personale per rispondere alle nuove competenze”. Il discorso della appropriatezza è sempre più forte: ma come si governa questo percorso?  I pazienti hanno sempre più necessità, sempre più bisogno di assistenza e risposte soprattutto in quel frangente di patologie croniche che sono il vero macigno alle caviglie dei Pronto Soccorso: cosa fa per questo frangente di pazienti la riforma del PS della Lombardia?

Un modello di comunicazione: dal 112 al 116117, senza dimenticare il territorio

“E’ necessario prevedere una forte integrazione tra il sistema territoriale e il sistema di emergenza e urgenza. Questo concetto è stato ben sottolineato nel DL 34/2020. Su questo solco e come risposta ai picchi epidemici del Covid, sono nati in Lombardia alcuni progetti sperimentali di nuovi modelli organizzativi per migliorare l’appropriatezza degli accessi al Pronto Soccorso, utilizzando la telemedicina nella valutazione di pazienti che si rivolgono al NUE 112 (centrale CMI) e alla Continuità Assistenziale NEA 116117 (UNICA) e potenziando la valutazione domiciliare. Questo modello è richiamato e rafforzato nel provvedimento regionale. L’obiettivo è quello di intercettare e riorientare le chiamate non emergenti urgenti verso i nodi della rete territoriale, attraverso il 116117. Anche il team di risposta rapida domiciliare, prontamente attivato dalla CMI, va in questa direzione di mantenere nel proprio domicilio il paziente anziano e fragile, evitando inutili e pericolosi stazionamenti in PS”.

Quale visione per il futuro del soccorso?

Per capire però come il futuro del soccorso sarà declinato nel nostro Paese è necessario parlare con chi ha visto e gestito i vari passaggi sanitari, in particolare in Lombardia: “E’ chiaro, è palese che avremo sempre più pazienti cronici e con comorbilità – spiega il Direttore Generale di AREU, il dott. Alberto Zoli – e anche i cambiamenti climatici ci esporranno ad un maggiore numero di periodi con picchi di acuzie, come avviene per le ondate di calore. Per questa utenza dobbiamo pensare ad un modello pre-ospedaliero in cui le cure primarie territoriali hanno capacità di gestione delle cronicità. Allo stesso tempo però dobbiamo essere capaci di tutelare la gestione delle tempodipendenze, perché siamo nati per quello. Dobbiamo in ogni caso seguire quello che i dati ci dicono e quello che le evidenze dimostrano. L’emergenza deve ri-orientarsi lì dove incrementano le patologie. Siamo già a ottimi livelli per la gestione delle patologie tempo-dipendenti, che sono il 15% del totale degli interventi sanitari di emergenza-urgenza.

Il medico giusto, l’infermiere giusto, il soccorritore preparato

In questo contesto le figure sanitarie che si occupano dei vari step della risposta sanitaria devono essere rafforzate in capacità, operatività e strutturazione. È chiaro a tutti che l’infermiere è una figura sanitaria universale, mentre il medico è più settorializzata. Lì bisogna seguire la strada del medico, diciamo così, olistico. Più che l’anestesista-rianimatore, per un modello del genere serve il MEU, il medico di emergenza-urgenza. Tutti questi medici devono essere usati in modo appropriato e rispettoso delle dignità professionali che gli competono. Io vedo questo nel futuro: uscire dalla routine dei codici bianchi e verdi, andare verso le criticità dove le capacità mediche fanno la differenza. Dobbiamo organizzare il sistema seguendo queste direttive. Ed è anche l’unico modo per motivare i medici a iscriversi e a frequentare le specializzazioni in MEU. Solo dando loro sbocchi professionali interessanti fra PS, automedica, centrale operativa ed elisoccorso, possiamo valorizzarli”.