Ci sono emergenze in cui il tempo non si misura in minuti, ma in secondi. Una grave emorragia è una di queste. Dopo un trauma, una caduta, un impatto, una ferita profonda o un incidente durante l’attività sportiva, la perdita massiva di sangue può diventare rapidamente una minaccia per la vita.

È da questa consapevolezza che nasce il principio di Stop the Bleed, letteralmente “fermare il sanguinamento”: una campagna di formazione e sensibilizzazione nata negli Stati Uniti e poi diffusa anche in Europa e in Italia, con l’obiettivo di insegnare ai cittadini come intervenire in modo semplice, rapido e sicuro davanti a un’emorragia grave, in attesa dell’arrivo dei soccorsi. Il messaggio è diretto: chi è presente nei primi istanti può fare la differenza. Non per sostituirsi a medici, infermieri o soccorritori, ma per compiere quelle azioni essenziali che possono mantenere in vita una persona fino all’arrivo del sistema di emergenza.

Perché parlarne agli sportivi

Lo sport è salute, movimento, socialità. Ma è anche un contesto in cui possono verificarsi traumi: cadute in bicicletta, incidenti in montagna, urti durante attività outdoor, ferite da attrezzature, traumi in pista, in palestra, su strada o durante gare e allenamenti.

Nella maggior parte dei casi si tratta di eventi lievi. A volte, però, una ferita può interessare un vaso importante e provocare un sanguinamento abbondante. In queste situazioni, attendere senza intervenire può essere pericoloso.

Chi pratica sport, soprattutto in ambienti isolati o lontani da un presidio sanitario, dovrebbe conoscere almeno i principi di base: riconoscere un’emorragia grave, chiamare subito il 112, comprimere correttamente la ferita, sapere quando e come può essere utile un tourniquet, evitare manovre improvvisate che rischiano di peggiorare il quadro.

La cultura dello Stop the Bleed non serve a creare “soccorritori improvvisati”. Serve a ridurre l’improvvisazione.

Che cos’è una grave emorragia

Non tutti i sanguinamenti sono uguali. Una piccola ferita superficiale, una sbucciatura o un taglio lieve richiedono pulizia, protezione e osservazione. Un’emorragia grave, invece, è una condizione tempo-dipendente.

Bisogna preoccuparsi quando il sangue esce in modo abbondante, quando impregna rapidamente indumenti, garze o asciugamani, quando forma una pozza a terra, quando continua a uscire nonostante la pressione, oppure quando la persona appare pallida, sudata, confusa, debole, con respiro rapido o tendenza a perdere coscienza.

Il sangue può fuoriuscire da una ferita visibile, ma può anche essere trattenuto all’interno del corpo. Le emorragie interne sono più difficili da riconoscere e vanno sospettate dopo traumi importanti, cadute dall’alto, incidenti stradali o sportivi, colpi violenti al torace, all’addome, al bacino o alla testa. In questi casi il sanguinamento non si vede, ma la persona può peggiorare rapidamente.

La prima azione: chiamare il 112

Davanti a un sanguinamento importante, la prima cosa da fare è attivare il sistema di emergenza. In Italia il riferimento è il 112, dove attivo come Numero Unico di Emergenza; nelle aree in cui il sistema non è ancora pienamente operativo, la chiamata viene comunque indirizzata verso il soccorso sanitario.

Durante la chiamata bisogna indicare con chiarezza dove ci si trova, cosa è successo, quante persone sono coinvolte, da dove proviene il sanguinamento, se la persona è cosciente, se respira normalmente e se sono presenti altri pericoli.

Nel contesto sportivo e outdoor, la localizzazione è decisiva. Dire “siamo sul sentiero” o “siamo vicino al campo” può non bastare. È utile fornire nome dell’impianto, percorso, rifugio, strada, chilometro, punto GPS, riferimenti visibili, accessi possibili per ambulanza o squadre di soccorso.

Poi si interviene. Non dopo. Mentre i soccorsi sono in arrivo.

Compressione diretta: il gesto più importante

Il primo intervento su un’emorragia esterna grave è la compressione diretta. Significa premere con forza sul punto da cui esce il sangue.

Se disponibili, si usano guanti monouso e garze sterili. Se non ci sono, si usa ciò che si ha: un asciugamano, una maglia, un indumento pulito, una benda, un panno. L’obiettivo non è fare una medicazione elegante, ma fermare o ridurre la perdita di sangue.

La pressione deve essere energica, continua e mantenuta nel tempo. Non bisogna sollevare continuamente la garza per “vedere se ha smesso”, perché così si rompe il coagulo che si sta formando. Se il sangue attraversa il primo strato, si aggiunge altro materiale sopra e si continua a comprimere.

Questa è una manovra semplice, ma fisicamente impegnativa. Chi comprime deve usare il peso del corpo, se necessario entrambe le mani, e non abbandonare la pressione finché non arrivano i soccorsi o finché non vengono date indicazioni diverse dagli operatori.

Ferite profonde: quando serve riempire e comprimere

Alcune ferite non sono solo tagli superficiali: possono essere profonde, cavitarie, irregolari, con tessuti aperti. In questi casi, se il sanguinamento è importante e la sola pressione esterna non basta, nei corsi specifici viene insegnata la tecnica del wound packing, cioè il riempimento della ferita con garza o materiale idoneo, seguito da una forte compressione.

È una tecnica efficace, ma va appresa correttamente. Non significa “infilare a caso” stoffa dentro una ferita. Significa applicare materiale in profondità sul punto di sanguinamento e mantenere pressione. Per questo è opportuno frequentare un corso pratico riconosciuto, soprattutto per chi opera in contesti sportivi, outdoor, impianti, gare, eventi o attività di gruppo.

Per il cittadino non formato, il messaggio operativo resta chiaro: comprimere forte, comprimere subito, non interrompere la pressione e seguire le istruzioni della centrale operativa.

Il tourniquet: utile, ma non da improvvisare

Il tourniquet, spesso chiamato impropriamente “laccio emostatico”, è uno strumento progettato per arrestare emorragie gravi degli arti. Può essere decisivo in caso di sanguinamento massivo da braccio o gamba, soprattutto quando la compressione diretta non è sufficiente o non è praticabile.

Deve però essere usato correttamente. Un tourniquet commerciale certificato è diverso da una cintura, una sciarpa o un pezzo di stoffa stretto in modo casuale. I mezzi improvvisati spesso non generano pressione sufficiente a bloccare il sanguinamento arterioso e possono dare una falsa sensazione di sicurezza.

Nei corsi Stop the Bleed viene insegnato dove posizionarlo, come stringerlo, come fissarlo e perché non va allentato una volta applicato. In generale, viene posto sull’arto sanguinante, sopra la ferita, e stretto fino a fermare il sanguinamento. L’orario di applicazione va comunicato ai soccorritori.

Il punto essenziale è questo: il tourniquet può salvare la vita, ma deve essere conosciuto prima dell’emergenza. Non è uno strumento da imparare sotto stress, con una persona che perde sangue davanti a noi.

Cosa non fare

Nel primo soccorso, alcuni errori possono essere più pericolosi dell’inazione.

Non bisogna rimuovere coltelli, schegge, vetri o oggetti conficcati nella ferita: possono tamponare parzialmente il sanguinamento e la loro rimozione può peggiorare l’emorragia. Vanno stabilizzati, se possibile, e lasciati ai professionisti.

Non bisogna lavare a lungo una ferita che sanguina in modo massivo prima di comprimere: il tempo va usato per fermare il sangue.

Non bisogna applicare polveri, sostanze, rimedi casalinghi o materiali sporchi nella ferita.

Non bisogna sollevare la persona a forza, farla camminare o spostarla se non è necessario per allontanarla da un pericolo immediato.

Non bisogna dare da bere o da mangiare a una persona gravemente traumatizzata, confusa o che potrebbe necessitare di interventi sanitari urgenti.

Non bisogna abbandonare la persona, soprattutto se appare pallida, agitata, confusa o sonnolenta.

Sport, trauma e ambiente: perché il contesto conta

In ambito sportivo il luogo dell’incidente può complicare tutto. Una ferita grave su un campo attrezzato è diversa dalla stessa ferita su un sentiero, in una falesia, lungo una pista ciclabile isolata o durante una gara in montagna. Cambiano i tempi di arrivo dei soccorsi, la possibilità di comunicare, la disponibilità di materiale e la protezione dall’ambiente.

Per questo chi organizza attività sportive dovrebbe considerare il controllo delle emorragie come parte della preparazione alla sicurezza, insieme a defibrillatore, piano di emergenza, vie di accesso per i mezzi, personale formato e kit di primo soccorso adeguato.

Anche il singolo sportivo può fare molto: portare con sé un piccolo kit, conoscere il numero da chiamare, condividere l’itinerario, non uscire senza telefono carico, imparare le basi del primo soccorso. In molte discipline outdoor, questi accorgimenti non sono un dettaglio. Sono parte dell’attrezzatura.

Il kit minimo per chi pratica sport

Un kit utile non deve essere enorme. Deve però contenere ciò che serve davvero nei primi minuti: guanti monouso, garze sterili, bende, una medicazione compressiva, telo termico, forbici da soccorso, disinfettante per ferite minori, cerotti, eventuali farmaci personali e, per chi ha formazione adeguata, un tourniquet commerciale.

Negli eventi sportivi, nei gruppi organizzati e nelle attività in ambiente impervio, il materiale dovrebbe essere proporzionato al rischio e alla distanza dai soccorsi. Un conto è una palestra in città, un altro è una manifestazione su sentieri, una gara ciclistica, una traversata, una sessione in parete o un allenamento in zona isolata.

Ma il materiale, da solo, non basta. Un tourniquet ancora imballato nello zaino di una persona che non sa usarlo serve poco. La formazione è ciò che trasforma un oggetto in uno strumento di soccorso.

Perché formarsi

La campagna Stop the Bleed nasce da una constatazione semplice: molte morti da emorragia grave avvengono prima che i soccorsi possano intervenire. Il cittadino presente sulla scena, se formato, può diventare il primo anello della catena di sopravvivenza.

Per uno sportivo, questa competenza ha un valore particolare. Significa poter aiutare un compagno di squadra, un escursionista incontrato lungo il percorso, un ciclista caduto, un atleta ferito, ma anche sapere cosa fare se il problema riguarda sé stessi.

La formazione non deve essere teorica. Deve essere pratica. Bisogna provare la compressione, vedere un tourniquet, imparare a riconoscere un sanguinamento critico, esercitarsi su scenari realistici, capire i propri limiti. Solo così, davanti a un’emergenza vera, sarà più facile agire senza panico e senza gesti inutili.

Il messaggio finale

Stop the Bleed non è una tecnica per “addetti ai lavori”. È una cultura di primo soccorso che può riguardare tutti, e in modo particolare chi pratica sport, organizza attività o frequenta ambienti dove il trauma è possibile.

La sequenza da ricordare è semplice: proteggersi, chiamare il 112, individuare il sanguinamento, comprimere con forza, usare strumenti specifici solo se si è formati, seguire le indicazioni della centrale operativa e attendere i soccorsi senza interrompere l’assistenza.

Fermare un’emorragia non significa fare l’eroe. Significa conoscere pochi gesti, essenziali e tempestivi, che possono dare a una persona ferita il tempo necessario per arrivare viva nelle mani dei professionisti.