Abbiamo tutti celebrato l’infermiere e la sua centralità nel sistema sanitario. Bellissime parole, tanti ringraziamenti e sorrisi. Ma ora che i brindisi sono passati, insieme a un altro anno di ore straordinarie bruciate, stress, PTSD e difficoltà, possiamo vedere una proposta che renda attrattiva questa straordinaria professione?
Il 12 maggio abbiamo festeggiato la Giornata internazionale dell’infermiere. Ma quest’anno non ci sono state fotografie di rito e passerelle in TV. La fotografia reale della professione è sempre più dura: pochi studenti, condizioni di lavoro logoranti, stipendi non proporzionati alle responsabilità, riconoscimenti previdenziali parziali e una fuga progressiva dal Servizio sanitario nazionale. Il rischio non è più teorico: stiamo celebrando una figura essenziale mentre la rendiamo ogni giorno meno sostenibile. Rendiamo grazie ai pochi che resistono, mentre neanche dall’Ecuador vogliono venire a lavorare in Italia.
Il 12 maggio ricorda la nascita di Florence Nightingale e, con lei, la fondazione delle moderne scienze infermieristiche. È una giornata necessaria, perché consente alla professione di parlare di sé, ai cittadini di comprenderne il valore e alle istituzioni di riconoscere una presenza senza la quale la sanità semplicemente non funziona. FNOPI ricorda che la Giornata internazionale dell’infermiere è celebrata in tutto il mondo proprio in questa data e che, negli anni, è diventata anche un’occasione per ribadire l’alleanza degli infermieri con pazienti, famiglie e comunità. Ma quest’anno la celebrazione ha avuto un suono diverso. A 6 anni dal COVID-19 e al termine di una legislatura completa, questa celebrazione è suonata vuota. Perché il problema non è più soltanto “valorizzare” l’infermiere. Il problema è capire se, tra dieci anni, avremo ancora abbastanza infermieri da valorizzare.
La Regione Emilia-Romagna, nel messaggio pubblicato in occasione del 12 maggio, ha usato parole molto nette: in Emilia-Romagna gli iscritti all’ordine sono circa 35mila e circa 28mila lavorano per il sistema sanitario regionale, ma i ringraziamenti non bastano. Le condizioni di lavoro degli infermieri sono state definite “inaccettabili” dalla stessa politica Regionale: “È un giorno di ringraziamento e di gratitudine, ma è anche un giorno di denuncia – evidenziano de Pascale e Fabi-. Ad oggi nel nostro Paese le condizioni di lavoro degli infermieri e delle infermiere sono inaccettabili, sia come carichi di lavoro che per il riconoscimento sociale e livelli i retributivi”. La scarsa appetibilità della professione e la fuga verso l’estero sono state indicate come una delle grandi emergenze del Servizio sanitario nazionale. È una presa d’atto importante. Ma il punto è che questa presa d’atto arriva quando la crisi è già dentro le corsie, nelle centrali operative, nei pronto soccorso, nei reparti, nelle ambulanze infermieristiche, nei servizi territoriali, nelle RSA e nelle case di comunità che dovrebbero sostenere la riforma della sanità di prossimità.
La professione meno attrattiva proprio quando serve di più
I numeri raccontano un fenomeno strutturale. L’analisi presentata da Fondazione GIMBE al congresso nazionale FNOPI e ripresa da Tecnica Ospedaliera descrive una carenza di personale infermieristico che non è solo quantitativa, ma riflette dinamiche professionali, salariali e organizzative che aggravano lo squilibrio tra bisogni assistenziali e disponibilità reale di personale. Nel 2022 il personale infermieristico contava 302.841 unità, di cui 268.013 dipendenti del SSN e 34.828 impiegati presso strutture equiparate. L’Italia aveva 5,13 infermieri ogni 1.000 abitanti, con differenze territoriali rilevanti, e nel confronto internazionale contava 6,5 infermieri in attività ogni 1.000 abitanti contro una media OCSE di 9,8 e una media UE di 9. Oggi è cambiato tutto: non è solo che gli infermieri sono pochi. È che sempre più infermieri se ne vanno.
Senza mentori i nuovi infermieri cresceranno peggio e molleranno di più
Sempre secondo i dati riportati, nel triennio 2020-2022 hanno abbandonato il SSN 16.192 infermieri, 6.651 solo nel 2022. Ancora più forte è il dato delle cancellazioni dall’albo FNOPI: 42.713 infermieri negli ultimi quattro anni, di cui 10.230 nel solo 2024, per motivazioni che includono pensionamenti, trasferimenti all’estero, decessi, morosità e abbandoni volontari della professione. Questi numeri dovrebbero essere letti non come un problema corporativo, ma come un indicatore di sicurezza del sistema. Ogni infermiere che lascia non è solo una casella vuota in una dotazione organica. È un turno che diventa più fragile, un paziente seguito con meno continuità, un reparto che perde esperienza, un giovane collega lasciato più solo, un servizio che aumenta il rischio clinico e organizzativo. A nulla serve aver studiato sui manuali: se quando devi fare una pratica clinica non hai un riferimento che ti spieghi o ti faccia vedere il modo migliore per fare, farai a tentativi. E non bisogna mai fare tentativi sul paziente. Così, gli aspiranti studenti di medicina e infermieristica guardano questa realtà e scelgono altro. La professione che per anni è stata raccontata come stabile, sicura, socialmente utile, oggi appare a molti giovani come un lavoro ad alta responsabilità, basso riconoscimento, elevato carico emotivo e scarsa progressione economica. Non basta dire “è una missione”. La missione non paga le bollette, non protegge dal burnout, non compensa un turno saltato, non sostituisce una previdenza adeguata.
Il paradosso dei gettonisti
Nel discorso pubblico degli ultimi anni si è spesso parlato (male, malissimo, aggressivamente) di medici gettonisti. Molto meno si è parlato del fatto che anche il lavoro infermieristico, in diversi contesti, è stato risucchiato da logiche di esternalizzazione, cooperative, contratti più appetibili fuori dal perimetro ordinario del SSN e compensi differenziali che generano un paradosso evidente: il sistema non trova risorse sufficienti per rendere dignitoso il lavoro stabile, ma finisce per pagare di più il lavoro frammentato, esterno, emergenziale. Ma di questo costo supplettivo, quanto ne va effettivamente in tasca all’infermiere gettonista? Il messaggio che arriva agli infermieri dipendenti è devastante: se resti dentro il sistema, reggi carichi crescenti con retribuzioni non proporzionate; se esci dal sistema, in alcuni casi puoi ottenere compensi migliori, maggiore flessibilità e minore esposizione alla pressione organizzativa. Non è colpa dei singoli professionisti che cercano condizioni migliori. È il fallimento di un modello che ha reso economicamente più conveniente uscire dalla struttura ordinaria invece che restare. Una sanità che funziona non può basarsi sulla fedeltà infinita di chi resta. Deve creare le condizioni affinché restare sia una scelta razionale, oltre che etica.
Usurante nei fatti, parzialmente riconosciuto nelle norme
C’è poi il tema previdenziale. È un punto spesso trattato come questione tecnica, ma per chi lavora di notte, per chi accumula anni di turni, aggressioni, movimentazione di pazienti, responsabilità cliniche, stress decisionale e carico emotivo, la previdenza non è un dettaglio. È parte del riconoscimento del danno da esposizione professionale prolungata. Già un documento ANSA diffuso da FP CGIL ricordava l’arrivo di una regolamentazione dei benefici pensionistici per lavori particolarmente usuranti, includendo il lavoro notturno in sanità per medici e infermieri, ma con limitazioni importanti: benefici graduati in base al numero di notti annue, requisiti di continuità molto stringenti e il rischio di esclusione per alcune categorie, tra cui precari e convenzionati. La questione, però, non si è mai chiusa davvero. Nursing Up, già nel 2016, denunciava che la legge di stabilità aveva inserito l’infermiere solo parzialmente tra i lavori usuranti: le professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche ospedaliere con lavoro su turni venivano considerate, ma i vantaggi pensionistici erano limitati ai lavoratori precoci, cioè a chi aveva maturato almeno un anno di contributi prima dei 19 anni.
Nel 2024 la critica è riemersa con forza quando, nell’ambito delle misure sulle liste d’attesa, un ordine del giorno ha riguardato le professioni socio-sanitarie con qualifica di OSS, lasciando fuori infermieri e ostetriche. Nursing Up ha parlato di una professione “dimenticata”, richiamando il carico di responsabilità, il rischio di burnout e l’impatto psicofisico del lavoro assistenziale. Il punto non è contrapporre categorie. Nessuno dovrebbe usare il riconoscimento di un operatore per negare quello di un altro. Ma il lavoro infermieristico è usurante nella sua realtà quotidiana: nei turni notturni, nella reperibilità continua, nella pressione dei reparti saturi, nella gestione di pazienti complessi, nelle aggressioni, nella responsabilità legale e professionale, nell’esposizione alla morte, alla sofferenza, al conflitto con i familiari e alla frustrazione organizzativa. Non riconoscerlo significa continuare a trattare la professione come se il bacino di lavoratori fosse infinito.
L’infermiere non è una risorsa elastica
Per anni il sistema ha ragionato sull’infermiere come su una risorsa adattabile a tutto. Manca personale? Si copre. C’è un picco? Si rientra. Il collega è assente? Si cambia turno. Il reparto è pieno? Si regge. Il paziente è più complesso? Si impara sul campo. La tecnologia aumenta? Si acquisiscono competenze. Il territorio si espande? Si apre un nuovo servizio. Il medico non c’è? Si trova una soluzione operativa. La famiglia è arrabbiata? Si media. Il sistema è in ritardo? Si assorbe.
In emergenza-urgenza il fenomeno è ancora più evidente. L’infermiere non è soltanto chi esegue una prescrizione. È spesso il professionista che valuta, priorizza, interviene sul deterioramento clinico, gestisce tecnologie avanzate, comunica con la centrale, coordina l’assistenza, sostiene il paziente e protegge il team. Nelle ambulanze infermieristiche, nei pronto soccorso, nelle terapie intensive, nelle centrali operative e nei servizi territoriali avanzati, il confine tra competenza tecnica, autonomia decisionale e responsabilità operativa è sempre più ampio. Eppure il riconoscimento economico, previdenziale e di carriera è rimasto spesso fermo a un’idea vecchia della professione.
Dalla gratitudine alla responsabilità politica
La Giornata internazionale dell’infermiere non può diventare il rito annuale in cui si ringrazia chi, il giorno dopo, torna nelle stesse condizioni di prima. Le parole hanno valore solo se portano a dei risultati. E qui bisogna essere schietti: puoi ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Ma non puoi ingannare molte persone per molto tempo. Il tempo in cui si promette agli infermieri di contare di più e poter avere di più è finito. La campagna elettorale è iniziata e gli infermieri sono tanti. Quali promesse sono state mantenute fino ad ora?
Servono retribuzioni adeguate alla responsabilità e alla complessità assistenziale.
Serve una carriera clinica vera, non solo gestionale, che riconosca competenze specialistiche, master, lauree magistrali e funzioni avanzate.
Serve una revisione degli organici basata sui carichi assistenziali reali, non su standard astratti.
Serve protezione psicologica operativa, perché l’esposizione continuativa allo stress non è una fragilità individuale ma un rischio professionale.
Serve sicurezza nei luoghi di cura, perché le aggressioni non sono “parte del mestiere”.
Serve un riconoscimento previdenziale coerente con la realtà dei turni, della notte e dell’usura psicofisica.
E serve soprattutto una decisione culturale: smettere di pensare che il sistema possa continuare a funzionare perché gli infermieri, alla fine, “ci sono sempre”. Perché il punto è proprio questo. Potrebbero non esserci più.







