Come la clinica influenza la ricerca e viceversa. L’intervento di Alberto Lucchini, coordinatore della TIA dell’Ospedale San Gerardo di Monza al Congresso ANIARTI.
BOLOGNA – Alberto Lucchini, Coordinatore della Terapia Intensiva Generale dell’Ospedale San Gerardo di Monza, è intervenuto in sessione plenaria al 42° Congresso Nazionale di ANIARTI stimolando la platea sull’importanza della ricerca in ambito clinico.
Cambiamento nella ricerca, cambiamento nella quotidianità
In questo senso, la ricerca in ambito di terapia intensiva è sempre più evoluta assieme ai contesti e ai pazienti. Questo in quanto, mentre negli anni ’80 e ’90 gli obiettivi di ricerca erano prevalentemente clinici (es. qualità del sonno, classificazione della gravità dei pazienti, capire gli effetti del posizionamento del paziente, mortalità, ecc.), a partire dagli anni 2000 a questi argomenti chiave hanno iniziato ad affiancarsi importanti segnali di cambiamento in ambito di ricerca, con un’ottica rivolta sempre più al recupero funzionale del paziente dopo la terapia intensiva. In questo senso, si è iniziato a misurare gli esiti a 12 e 24 mesi dal ricovero in terapia intensiva, oltre agli outcome di vivibilità del ricovero dei pazienti e delle famiglie.
Esiti a lungo termine e valutazione del dolore: adattarsi al cambiamento!
Oltre a ciò, è cambiato nel corso degli anni il paradigma con cui l’infermiere si affaccia alla ricerca in ambito di terapia intensiva, in quanto tempo fa si agiva come risposta un problema, mentre ora le linee guida cercano di prevenire la sua presentazione. Un esempio è quello dell’aspirazione, dove in una prima fase ci si interrogava su come funzionasse il sistema chiuso, mentre attualmente l’occhio della letteratura si è spostato verso la valutazione della percezione del dolore del paziente durante la manovra.
Core competence dell’infermiere di area critica: dove lavorare?
Sempre in ambito di ricerca clinica, Lucchini ha sottolineato l’importanza di affiancare ciò che si osserva nella clinica per cercare risposte attraverso ricerca. In questo ambito, un esempio è la sempre più letteratura presente in merito ai deficit a carico degli arti superiori dopo cicli prolungati di pronazione che, nel corso del tempo, hanno portato a una modifica nel posizionamento del paziente prono in terapia intensiva. L’obiettivo quindi è definire la core competenece dell’infermiere di area critica. Questa diventerà punto di confronto con realtà nazionali e internazionali.
Raccogliere tutti i dati senza avere paura degli esiti
Quando si parla di dati però bisogna includere nel progetto tutte le aree: non si conclude nelle terapie intensive o sul territorio il lavoro da svolgere, ma va molto oltre, segue il paziente fino al suo ritorno nella vita quotidiana. In conclusione, la mappatura delle competenze dell’infermiere di area critica si avvale di modelli chiari, come il modello synergy e il tunning nursing. Questi modelli – ad oggi – hanno individuato 18 competenze chiave per l’infermiere. Queste competenze sono state calate sugli esiti del paziente, e ci sono degli obiettivi precisi per ciascuna singola competenza.
E poi? Poi c’è la formazione continua
Ad oggi siamo arrivati al processo di validazione dello strumento clinico. Una volta fatto questo si ricercherà il consenso di una platea ampia di esperi selezionati. Nel 2025 il gruppo di lavoro vuole pubblicare un modello di core competence. Sarà un documento per declinare i curricula dei livelli formativi universitari, misurando dei risultati per i professionisti che quotidianamente lavorano in area critica.







