Siamo oltre il fondo: con buona certezza di restare impunite, circa 50 persone hanno devastato un reparto dell’Ospedale di Foggia e aggredito il personale sanitario. Il motivo? La morte di una paziente. Le reazioni? Tanta solidarietà, poche azioni concrete.

Provate a immaginare la situazione. A entrare nella mente dei medici, degli infermieri, degli OSS che la notte del 5 settembre al Policlinico Riuniti di Foggia, si sono barricati dentro un ufficio del reparto di chirurgia toracica. Uomini e donne attanagliati dal terrore. Attaccati al telefono per chiamare la Polizia e i Carabinieri. Pensate a quelle persone, a quei sanitari che hanno dovuto difendersi dalla rabbia cieca di esseri umani incapaci di elaborare un lutto. Si, quella notte è morta una ragazza di 23 anni, originaria di Cerignola: Natasha Pugliese.

La violenza, la condanna, e poi?

L’aggressione non è avvenuta in Pronto Soccorso, ma in reparto. La ragazza infatti era ricoverata da tempo per un grave incidente avvenuto in monopattino. Al momento del decesso il personale sanitario si è barricato in una stanza per la paura delle reazioni a seguito della comunicazione di ciò che stava avvenendo. La sicurezza è stata ottenuta solo grazie all’arrivo di cinque volanti della Polizia, che hanno impiegato ore per riportare l’ordine. Riflettete: cinque volanti, una dozzina di poliziotti. In una città come Foggia sono praticamente tutti gli effettivi in servizio.

 Niente miracolo? Aspetta il patibolo

Il personale sanitario, già allertato dalla gravità della situazione, ha cercato rifugio barricandosi in una stanza. Durante l’aggressione, un chirurgo è stato colpito con pugni al viso, riportando ferite e contusioni, mentre una dottoressa ha subito la frattura di una mano. Ma la cosa davvero grave è che questo atteggiamento è quotidiano e continuo. Se il medico, se l’infermiere o il soccorritore non sono in grado di compiere il miracolo, allora devono subire il patibolo. Come se a contribuire alla morte di una ragazza di 23 anni non sia stato prima di tutto un incidente con trauma grave, ma l’operato dei medici.

Ci si può fermare alle richieste?

La Fials (Federazione Italiana Autonomie Locali e Sanità) ha espresso profondo sconcerto per l’accaduto, definendo l’episodio come l’ennesimo caso di violenza contro chi lavora in prima linea per la salute pubblica. Il segretario generale Fials, Giuseppe Carbone, ha dichiarato che la sicurezza degli operatori sanitari non può più essere lasciata al caso e ha chiesto misure concrete per garantire la loro protezione. Carbone ha sottolineato che nessuna tragedia può giustificare atti di violenza contro chi dedica la propria vita alla cura degli altri. Elena Marrazzi, responsabile del Coordinamento Donne Fials, ha aggiunto che è inaccettabile che chi lavora per garantire la salute pubblica debba temere per la propria incolumità. Ha richiesto l’adozione di misure immediate per prevenire tali episodi e proteggere il personale, affinché possano svolgere il proprio lavoro in sicurezza e serenità.