Come risolvere la crisi del volontariato? Prima di tutto, riducendo il potere dei numeri e ridando forza al potere delle persone. Una riflessione del nostro collaboratore Alessandro Conti
C’è una scena che molte associazioni conoscono bene: all’inizio la sede è una casa. Porta aperta sempre. Caffè caldo e tante persone che sono lì perché hanno tempo e lo vogliono regalare. Poi si cresce. L’associazione inizia ad avere un peso sociale. L’associazione inizia ad avere un peso – anche – politico. E quello è il momento più difficile. Perché nell’associazione, sul tavolo, arrivano i numeri. Prima come strumento. Poi come lingua che interpreta le cose. Quello è il momento in cui una buona associazione riesce a creare una frattura. Una rottura fra chi si deve occupare di numeri, e chi si deve occupare della casa. Senza un “momento di rottura” evidente, quella casa cambia pelle: le persone diventano “utenti”, gli incontri “prestazioni”, la cura un report.
Non è solo una sensazione: il volontariato è in crisi
Non è una sensazione di un singolo volontario. I dati oggi dicono che l’impegno del volontariato in Italia sta diminuendo: nel 2023 il 9,1% delle persone di 15 anni e più ha svolto attività di volontariato (organizzato o aiuti diretti), in calo rispetto al 12,7% del 2013. La flessione riguarda sia il volontariato organizzato (dal 7,9% al 6,2%) sia l’aiuto diretto (dal 5,8% al 4,9%). Dentro questo calo c’è un dettaglio che pesa come un macigno operativo: la contrazione colpisce soprattutto le generazioni più giovani e la fascia “centrale” della vita, quella che regge lavoro, famiglia e comunità. Nel decennio 2013–2023, tra i 25–44 anni il volontariato organizzato scende di 2,7 punti percentuali e gli aiuti diretti di 1,4. Anche tra i 15–24 anni il calo è netto. In sintesi: stanno restando a “tenere botta” solo gli anziani, che però vanno in pensione sempre più tardi.
Il punto non è “misurare” il volontariato. Il punto è non far diventare la misura un comandamento.
Con questo editoriale non voglio fare polemica, ma indicare un nervo scoperto. Quando un sistema premia ciò che è contabile, il lavoro scivola verso ciò che è numerico. La psicologia comportamentale è spietata, semplice: tendiamo a ripetere ciò che viene rinforzato. Se il rinforzo è il numero di accessi, di pratiche chiuse, di ore rendicontate, la relazione — che è ambigua, lenta, non lineare — diventa un lusso. E’ a quel punto che succede una cosa inevitabile: sotto pressione, il cervello cerca scorciatoie. Non perché siamo “meno umani”. Ma perché siamo sovraccarichi. Il carico cognitivo fa preferire compiti chiudibili, checklist, procedure, caselle spuntate. La relazione vera, invece, richiede la presenza. E la presenza non si compila. Il tempo “perso” attorno a chi ha bisogno, attorno a chi porta un sostegno, non si può rendicontare. E si perde via.
Evitare che la casa diventi un ufficio: attenti ai segnali che non vanno ignorati
Il prezzo quando questo avviene lo pagano tutti, ma in modo diverso.
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I volontari: chi dedica tempo gratuitamente perde motivazione. La voglia si spegne, si fatica a provare compassione, a volte si entra in burnout. Soprattutto quando la promessa implicita del volontariato (“qui conti come persona”) viene tradita dalla pratica quotidiana (“qui conti se fai, numeri, trasporti, servizi”).
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Chi chiede aiuto: il paziente, che prima donava perché era un nome, ora si sente un numero. Aumenta l’attrito, cresce la sfiducia. La persona che prima sapeva che c’era la croce o la pubblica, adesso “alza la voce” perché non si riconosce, perché non vuole sparire e sentirsi un numero.
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L’organizzazione: chi dirige reagisce come reagiscono tutti i sistemi stressati. Qualcosa non va? Ci vuole più controllo, più regole, più misurazioni. E si entra nel circuito chiuso della crisi.
È qui che – sotto pressione, si apre la ferita più difficile da raccontare ad alta voce. La ferita morale. Le persone dentro l’organizzazione sanno cosa servirebbe affinché si migliori, ma il sistema chiede altro: tempi, target, performance. E allora la distanza emotiva diventa difesa. Chiusura. Non è spietata freddezza. Non è cinismo o voglia di potere. È un banale (ma chiuso) modello di sopravvivenza.
Si può passare dalla crisi alla trasformazione?
Se vediamo che l’ISTAT fotografa la crisi, dobbiamo ammettere che sotto c’è anche un cambiamento: cresce la “partecipazione ibrida”, cioè chi combina volontariato organizzato e aiuti diretti (dal 8,1% al 21,7% tra i volontari). È un segnale che una parte dell’impegno si sta spostando su forme più flessibili, meno “incasellabili”. Le persone – i giovani – vogliono essere coinvolti per “evento”. Accettano di donare sotto spinte emotive o empatiche più critiche o più tempo-dipendenti. Questo significa che c’è la voglia di esserci. Ma non più la voglia di farlo diventare un’abitudine. Possiamo vederla positivamente o negativamente. Ma non possiamo ignorare questo cambiamento. Diverse letture dal mondo del Terzo settore stanno avvertendo questo: se misuriamo il volontariato solo con gli strumenti di 20 anni fa, rischiamo di non vedere dove si è spostato.
Attenzione però: trasformazione non significa automaticamente tenuta. Per i servizi essenziali (emergenza, sociale, assistenza, protezione civile, trasporti sanitari, presidio dei territori) la disponibilità di persone formate, stabili e coordinate resta una variabile critica. Se la base si restringe e il carico burocratico cresce, la casa si svuota. Quindi, che fare? Si potrebbe entrare nelle scuole? Si potrebbe pensare di far diventare “potenziali volontari” migliaia di studenti che stanno affrontando l’obbligo scolastico, ma non hanno la più pallida idea che fuori dallo sport e dal cellulare esiste un posto dove ci si ritrova in divisa per portare i pasti o gli anziani in ospedale?
Misurare senza disumanizzare: una ricetta operativa per non perdere i volontari
Potrebbero esserci tante soluzioni, ma nessuna va sperimentata a casaccio. I numeri non sono il nemico. Lo diventano solo quando sono l’unica lingua per raccontare un’ente che è fatto di emozioni. Se vogliamo che la “Casa-Volontariato” regga, servono scelte pratiche che si allontanino un po’ dagli slogan. Se può essere utile, un’idea di ciò che serve potrebbe essere la seguente:
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Tagliare burocrazia inutile: ogni nuovo adempimento deve sostituire qualcosa di vecchio. Se aggiunge solo carico, sta consumando volontari. E se posso evitare la burocrazia, è meglio. I gruppi che ho visto funzionare meglio sono quelli che si riuniscono per fare le pulizie dei magazzini di Protezione Civile. Appuntamenti a chiamata, lavoro misto, finale con pranzo incluso. Nessuna presenza da registrare. Chi c’è, c’è. E poi torna.
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Indicatori “misti”: accanto agli indicatori di quantità, inserire 2 misure di qualità semplici: (continuità, soddisfazione, esito percepito, riduzione di rimbalzi/recidive). Poche, stabili, comprensibili. Encomiabili più dei numeri di servizi.
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Proteggere il tempo di relazione: definire una quota minima di attività “non rendicontativa” ma essenziale (accoglienza, follow-up, accompagnamento). Se non difendete il lavoro che l’associazione fa verso il concittadino, il vicino di casa, la persona sparisce cancellata dal numero.
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Recupero strutturale: il tema dei turni sostenibili, delle pause vere, della rotazione dei compiti emotivamente pesanti è da sempre sul tavolo. Non è welfare: è manutenzione delle persone. E’ tempo di cura per chi cura gli altri.
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Riconoscere ciò che non fa rumore: in ogni associazione è bene attivare un sistema di mentoring, che ascolti, gestisca i conflitti, curi gli spazi comuni. Se non lo premi, lo perdi. E perdere l’interesse di quello che alla mattina porta le brioches per tutti può sembrare nulla, ma fa tantissimo a livello morale.
Ora facciamo la domanda che conta davvero.
Una casa deve contare quante persone entrano. Ma non può dimenticare perché bussano. Voi sapete perché nella vostra famiglia hanno bussato le persone che sono entrate? Il volontariato “si spegne” quando diventa un luogo dove si lavora tanto e si appartiene poco. Quando la misura smette di descrivere e inizia a comandare. E quando le persone — volontari e beneficiari — capiscono che la lingua della casa non è più familiare, ma imprenditoriale. La buona notizia è che questo non è un destino inevitabile. È un assetto organizzativo. E gli assetti, se li guardi in faccia, si possono cambiare.







