Il libro di Andrea Cardoni parte molto tempo prima della storia di Mattia, Bianca e Valeria. Perché dobbiamo leggerlo e capire che siamo su una strada complicata, che ci darà belle sorprese solo se non scivoleremo nei tranelli della visibilità.

Ci sono libri che si scrivono a tavolino. E ci sono libri che, prima di diventare carta, sono stati turni, riunioni, sirene, discussioni, silenzi, battute. Ma soprattutto tanti silenzi. Poche parole chiave. Molte immagini in testa. “La parte migliore del Paese” è quella cosa lì: il romanzo che vorresti fosse tutta fantasia, ma, sotto sotto, nasconde tanta vita vera. Vissuta nelle associazioni di oltre 300.000 volontari italiani.

A Salsomaggiore Rescue Press ha seguito la presentazione realizzata da Andrea Cardoni, con Mario Robusti, Beppe Carpana e Sara Godi. Parliamo di un libro da leggere per tanti motivi. Prima di tutto, perché l’autore è Andrea. Per chi lo conosce da anni nel mondo del terzo settore, non è “solo” uno scrittore. È un volontario di lungo corso, uno specialista della comunicazione preciso, puntuale, competente, che conosce il sistema. Meticoloso. Uno che non lascia cadere le cose a metà. Uno che però, soprattutto, nasce volontario e si laurea antropologo. Lo conosco da dieci anni. Chi lo conosce lo ha sempre visto così: presente, affidabile, dettagliato. Ma leggendo questo libro si capisce una cosa che forse non è mai stata messa a fuoco fino in fondo: Andrea colleziona perfettamente i momenti. Sta lì, guarda, registra, archivia. Cataloga le storie, le frasi, le emozioni. E in questo libro c’è una sintesi di atteggiamenti, personaggi e sensazioni che regala il volontariato in ambito sanitario.  Tutta questa “sabbia” raccolta in decenni di volontariato — questo humus di esperienze vere — è entrata nel romanzo. Non come cronaca. Ma come sostanza narrativa.

La serata di Salsomaggiore: uno specchio collettivo

La presentazione del libro a Salsomaggiore Terme è stata una conversazione più che un evento. Come direttore di Rescue Press sono stato chiamato a fare da filo conduttore, insieme a Giuseppe Carpana (ANPAS), Sara Godi (Protezione Civile Favalesi) e Clara Tanzillo (SiAmoSalso) di una storia che ci riguarda tutti. Chi entra per caso in associazione. Chi ne vive la follia, i personaggi, le particolarità. La parte migliore del Paese non è una celebrazione né una macchietta di un mondo importante. È un libro che serve piuttosto a fare un confronto. Perché il libro — e l’autore prima ancora — non si prestano alla retorica del “quanto siamo bravi”. Fanno emergere altro. Fanno capire che sì, la cosa migliore che un soccorritore possa fare è sintonizzarsi con la realtà delle cose, non interpretare ma gestire i fatti, le situazioni. Leggendo questo libro si capisce una certa fatica: un approccio al PTSD che troppo spesso teniamo per marginale. Grazie al confronto, è emersa la domanda generazionale: oggi siamo in grado di attrarre nuovi volontari giovani per dare contiuità al settore? È emersa una preoccupazione concreta: ci siamo dimenticati di raccontare ai ragazzi perché il volontariato sia bello. Non perché sia eroico. Ma perché faccia parte della nostra società e serva a tutti per capire come stare al mondo in un certo modo.

Non il volontariato “classico”. Il volontariato vero.

La parte migliore del Paese racconta una storia semplice, quasi cinematografica: un ragazzo che entra nel volontariato e scopre che non è un gesto — è un universo. Miliardi di molecole: azioni, errori, relazioni, attriti, opportunità. Un ecosistema che, da fuori, non si vede. Ed è qui che il libro colpisce. Non racconta la favola del volontario impeccabile. Racconta l’amore e gli scazzi. Le difficoltà e le paure. Il disgusto e la bellezza. Racconta che il volontariato non è “dare tempo”: è crescere, cambiare, a volte anche fallire. C’è tutto. Ed è proprio questo il suo valore. Questo libro, a chi sta dentro il mondo del soccorso, deve fare anche un po’ paura. Perché ci racconta per come siamo. Con i nostri difetti. Con le nostre rigidità. Con le nostre incoerenze. E capire i difetti — nel volontariato — è un atto di responsabilità. Perché se non li vediamo, non li miglioriamo. Se non li nominiamo, li perpetuiamo. Il romanzo non offre soluzioni. Non propone ricette. Invita a specchiarsi. Per chi lavora nel soccorso, è già molto.

Dal “sono” al “sembro”: il cambio di paradigma

Durante la serata è emerso un punto chiave. È cambiato il modo di cercare il riconoscimento e il valore emotivo del fare volontariato. Dal “vogliontariato” siamo passati ad una sorta di “socialtariato”. Una volta — semplificando — il volontariato era “voglio fare qualcosa che mi riempie”. Oggi, spesso, è “mostro qualcosa che mi dà riconoscibilità”. Non è una critica. È una fotografia. L’approvazione non passa più solo dall’empatia del paziente o dalla stretta di mano del capo turno. Passa dai like. Dalla visibilità. Dal riconoscimento pubblico immediato. E noi — come sistema — facciamo fatica a capirlo. Il libro intercetta questa dicotomia. La racconta senza giudicare. Mostra il rischio di trasformare l’impegno in performance. Ma, allo stesso tempo, ci obbliga a una domanda: siamo capaci di governare questo cambiamento, o lo subiamo?

In conclusione: questo libro va letto tutto d’un fiato, in un paio di turni, e soprattutto diffuso, dimenticato sul sedile dell’ambulanza, sul tavolo da pranzo dell’associazione. Condiviso. Lo puoi acquistare qui.