Le opinabili prese di posizione del Presidente FNOMCEO Anelli contro gli infermieri – mischiando pere e mele, come si dice in campagna – fanno ripartire la polemica sterile e senza basi scientifiche della “competenza sanitaria”. Oggi, con 7 medici indagati, è corretto scaricare le responsabilità sulla lotta di classe?
La recente polemica esplosa attorno alla tragica morte del piccolo Domenico – il bambino di Napoli deceduto dopo un trapianto di cuore fallito – non può e non deve trasformarsi in terreno di scontro fra professioni sanitarie, come purtroppo sta accadendo. Ci siamo tenuti lontani da questa vicenda. Un albero che cade – l’errore di un’equipe sanitaria – non deve ledere l’immagine di una foresta che cresce, ovvero la medicina dei trapianti e del fine vita, un mondo che da anni è in crescita e porta risultati straordinari per chi fino a pochi anni fa non aveva nessuna speranza di sopravvivere a malttie degenerative.
Attaccare gli infermieri: perché?
Il presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, ha inserito nel dibattito pubblico un elemento che non riguarda direttamente i fatti tecnici dell’inchiesta in corso su Monaldi, ma un quadro ideologico più ampio: il “timore” di un presunto trasferimento di competenze dai medici agli infermieri, indicato come elemento di rischio per la qualità dell’assistenza. La FNOPI, da parte sua, ha reagito con nettezza, difendendo l’autonomia professionale infermieristica e prendendo le distanze da chi strumentalizza una tragedia per alimentare “battaglie ideologiche di categoria”. Una discussione che avremmo a stento sopportato di ascoltare al bar, finisce sulla stampa e sui giornali. Si dovrebbe commentare da sola, ma non è finita qui.
Il problema non è «chi comanda» ma come si lavora insieme
In Italia ci siamo troppo abituati a vedere medici da una parte, infermieri dall’altra, “oss” e soccorritori relegati a ruoli subalterni, in cui combattono fra loro, con divisioni tra soccorritori volontari, soccorritori dipendenti, autisti, tecnici e via dicendo. Stiamo trattando la salute dei pazienti come se fosse una questione di gradi gerarchici. Come se potesse essere gestita sul campo come una campagna militare. Nulla di più lontano dalla complessità reale della sanità moderna, a maggior ragione nel Sistema 118 e nel soccorso pre-ospedaliero, dove l’intervento tempestivo di più professionisti è fondamentale. Qui non si tratta di competenze astratte, ma di buone pratiche assistenziali condivise, protocolli basati su evidenza internazionali, oppure algoritmi. Ma qualcosa che si possa applicare nella realtà, non della più classica “Erba Voglio” che cresce solo nella mente di chi non è mai stato sul campo, non ha mai organizzato un sistema di emergenza pre-ospedaliera e non è mai entrato probabilmente in sala operatoria (o non lo fa da almeno vent’anni).
L’autonomia professionale non è un errore: è tutela della salute del paziente
Nessuno infatti ha mai detto che l’infermiere debba essere un medico “in pectore”. L’autonomia infermieristica è un fatto normativo e formativo: ha una base giuridica e scientifica consolidata, non è un’opinione di convenienza economica. Non si prende un infermiere per fare un mezzo medico. Pretendere di ridurre la professione infermieristica a mera esecutrice di ordini significa ignorare leggi, profili professionali, formazione universitaria e campi di responsabilità definiti. Significa anche negare l’evoluzione di un sistema sanitario che, nel resto dei Paesi avanzati, funziona con team integrati, e non con caste in lotta tra loro. Immaginiamo cosa possa succedere se, da stanotte, gli infermieri si rifiutassero di somministrare in autonomia le medicine ai pazienti di RIA, geriatria o ortopedia senza la presenza di un medico nel reparto. Chi lavora sa bene che sarebbe follia.
Usare una tragedia e un errore per alimentare conflitti di potere cosa racconta?
Quindi, purtroppo, eccoci di nuovo al Monaldi. Sfruttare la morte di un bambino – una tragedia che coinvolge innanzitutto una famiglia e un’intera comunità mettendo sul banco degli imputati 7 medici – è oggettivamente becero. Il dibattito pubblico sollevato da certe dichiarazioni non può essere basato su connessioni improprie tra competenze professionali e responsabilità specifiche di un caso clinico complesso in fase di indagine. La FNOPI ha giustamente invitato a evitare battaglie ideologiche su un evento di tale portata, sottolineando che utilizzare il dolore altrui per rivendicare un primato di ruolo è non solo ingiusto, ma pericoloso per la fiducia dei cittadini nella sanità pubblica. E’ sempre lo stesso discorso: se banalizziamo e strumentalizziamo il singolo evento – o il singolo video – per fare della sterile polemica social, generiamo odio amplificato contro tutti. Generiamo sfiducia contro tutti. E a pagarne le conseguenze finali sarà in primis il paziente: perché nessuno vorrà più lavorare o fare volontariato nel momento del primo contatto con il paziente. E se riduci la membrana fra primo contatto e reparto, poi l’odio, la cattiveria e la sfiducia risalgono la catena.
Usare linee guida internazionali non è un optional
Che si parli di emergenza pre-ospedaliera o di assistenza intraospedaliera, dovrebbero valere sempre linee guida basate su evidenza scientifica, validate a livello internazionale, che definiscono percorsi, competenze e responsabilità di ciascuna figura professionale. Ignorarle o negarle a vantaggio di posizioni di potere interno non tutela né i professionisti, né – soprattutto – i pazienti. Siamo l’unico paese che si è fatto le linee guida nazionali sulla gestione dell’arresto cardiaco, quando in tutti gli altri paesi del mondo ci sono società scientifiche indipendenti (i Resuscitation Council nazionali) che se ne occupano. Perché? A che pro? Non dovremmo forse smetterla di giocare al piccolo orticello di famiglia e pensare che i pazienti sono il nostro obiettivo, e che le rivendicazioni di proprietà vengono dopo?
Non ne siamo usciti migliori, e una nuova pandemia ci taglierebbe del tutto le gambe
Se queste sono le premesse per il futuro, dobbiamo stare molto attenti. Perché ci sono due guerre che ci coinvolgono, nel mondo. A 6 anni dal COVID, a 4 anni dall’inizio della guerra in Ucraina, agli albori dell’ennesimo scontro in medio-oriente, a pochi mesi da nuove tensioni fra Cina e sud-est asiatico (se non ci credete, leggete qui) e davanti ad un fortissimo deterioramento della coesione sociale, una nuova pandemia devasterebbe completamente il sistema di risposta all’emergenza. Le polemiche politiche messe in piedi su eventi così dolorosi – sono un inciampo culturale che la sanità italiana non può permettersi. Non si affronta l’emergenza dividendosi. Non funzionerà mai.







