Riceviamo e condividiamo le riflessioni cliniche della Dott.ssa Barbara Fabbroni sui temi della dipendenza affettiva, violenza e stalking. Guardiamo anche a come l’atto della prevenzione possa passare attraverso il sistema di emergenza con chiamate al NUE112 o alle realtà sanitarie.
Nel panorama della cronaca contemporanea, tra femminicidi, violenze domestiche e relazioni disfunzionali che degenerano in eventi critici, emerge con forza un dato: la violenza raramente nasce all’improvviso. È, più spesso, il punto di arrivo di un percorso psicologico complesso, fatto di dinamiche invisibili e progressivamente distruttive. La Dott.ssa Barbara Fabbroni, criminologa, psicologa e psicoterapeuta, da anni analizza questi fenomeni sia sul piano investigativo che clinico, offrendo una chiave di lettura che unisce esperienza sul campo e competenze terapeutiche. Dai grandi casi di cronaca nera – Garlasco, Erba, Cogne – fino alle dinamiche più intime della coppia, il filo conduttore resta sempre lo stesso: comprendere prima che sia troppo tardi. «L’amore tossico non inizia con la violenza – spiega la Dott.ssa Fabbroni – ma con l’intensità. È proprio questa intensità iniziale a ingannare la persona, perché viene scambiata per amore autentico».
Il meccanismo dell’inganno: dal love bombing al controllo
Nella fase iniziale, ciò che colpisce è la rapidità del coinvolgimento. Attenzioni costanti, messaggi continui, bisogno di presenza: quello che in psicologia viene definito love bombing. Un investimento emotivo accelerato che crea un legame forte in tempi brevissimi. «Il cervello si abitua velocemente a ciò che lo fa sentire speciale. Quando quell’intensità cala, si genera un vuoto che la persona cercherà in ogni modo di colmare». È in questo passaggio che si inserisce la trasformazione: domande apparentemente innocue diventano strumenti di controllo, la gelosia si maschera da interesse, il silenzio diventa punizione. Progressivamente, la vittima modifica comportamenti, riduce relazioni, perde autonomia. Il risultato è una lenta erosione dell’identità.
La dipendenza affettiva: quando il dolore diventa legame
Un altro elemento centrale è il cosiddetto rinforzo intermittente, meccanismo ben noto anche nelle dipendenze comportamentali. «Non è la presenza costante a creare dipendenza, ma l’alternanza tra assenza e ritorno. È lo stesso principio del gioco d’azzardo: non sai quando arriverà la ricompensa, e proprio per questo la desideri di più». In questo schema, la relazione non è più vissuta come spazio affettivo, ma come sistema di sopravvivenza emotiva. Il dolore non allontana, ma lega.
Il punto cieco: “Lo amo, anche se mi fa male”
Uno degli aspetti più critici, evidenziati dalla Dott.ssa Fabbroni nella sua esperienza clinica, è la difficoltà nel riconoscere la natura disfunzionale del legame. «Non tutto ciò che proviamo è amore. Spesso si tratta di paura dell’abbandono, bisogno di conferma, ferite infantili non risolte». Questo spiega perché molte persone restano in relazioni dannose anche quando la sofferenza è evidente. Non si tratta di debolezza, ma di un intreccio profondo tra storia personale e dinamiche relazionali.
Dalla relazione disfunzionale alla violenza: un continuum
Nei casi più gravi, queste dinamiche possono evolvere in comportamenti persecutori, stalking, fino alla violenza fisica. È qui che la lettura criminologica e quella psicologica si incontrano. «La violenza non è quasi mai un raptus. È l’esito di un analfabetismo emotivo diffuso, di incapacità di gestire frustrazione, rabbia, perdita». Comprendere questi segnali precoci significa entrare in una logica di prevenzione, non di sola reazione.
Il ruolo decisivo del NUE 112: chiedere aiuto è il primo passo
All’interno di questo scenario, assume un ruolo centrale il sistema di emergenza, in particolare il NUE 112, spesso primo punto di contatto nelle situazioni di crisi. Quando una relazione degenera in minaccia concreta, isolamento, paura o violenza, la chiamata al numero unico di emergenza rappresenta un passaggio fondamentale. Non è solo una richiesta di intervento operativo. È, prima di tutto, una richiesta di ascolto. Gli operatori del NUE 112 si trovano frequentemente a gestire chiamate complesse, cariche di emotività, paura e ambivalenza. Persone che non sempre riescono a descrivere chiaramente la situazione, che possono essere confuse, spaventate o sotto pressione.
Per questo, la gestione di queste chiamate richiede non solo competenze tecniche, ma anche umanità, capacità di ascolto e comprensione del contesto relazionale. «Chi chiama – sottolinea la Dott.ssa Fabbroni – spesso non sta solo chiedendo aiuto per un evento, ma sta cercando una via d’uscita da una condizione emotiva e psicologica complessa». Riconoscere i segnali, accogliere la richiesta senza giudizio e indirizzare correttamente la persona verso il percorso più adeguato può fare la differenza tra escalation e protezione.
Consapevolezza come strumento di prevenzione
L’elemento chiave che emerge dall’analisi della Dott.ssa Fabbroni è la necessità di sviluppare consapevolezza emotiva. Educare ai sentimenti, riconoscere i segnali di controllo, distinguere tra amore e bisogno: sono competenze fondamentali non solo sul piano individuale, ma anche sociale. «Il cambiamento non arriva quando l’altro cambia. Arriva quando iniziamo a chiederci perché restiamo». È in questa domanda che si apre la possibilità di uscire dalla dinamica tossica e, nei casi più critici, di attivare una richiesta di aiuto concreta.
Un messaggio operativo
Per chi opera nel soccorso e nella gestione delle emergenze, queste dinamiche rappresentano un ambito sempre più rilevante. Le chiamate legate a conflitti di coppia, violenza domestica e disagio relazionale non sono eventi isolati, ma l’espressione di percorsi complessi.
Intercettarli significa salvare non solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo.
Per chi vive queste situazioni, invece, il messaggio è chiaro: riconoscere il problema è il primo passo, chiedere aiuto è il secondo.
E quella chiamata, spesso difficile da fare, può rappresentare l’inizio di un percorso di protezione e ricostruzione.
Perché l’amore, quando è sano, non toglie libertà.
E quando lo fa, non è più amore.







