Il caso del soccorritore Luca Spada deve spingere a farsi la domanda che il sistema non può più evitare: come valutare le persone adeguate per fare il lavoro del soccorritore?
Serve fare il profilo psicologico di chi opera in ambulanza? L’aberrante storia di Luca Spada, 27 anni, volontario soccorritore della Croce Rossa di Forlimpopoli-Bertinoro, è passata ad un livello successivo. L’uomo infatti è finito in carcere con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Le indagini condotte dalla GIP di Forlì Ilaria Rosati si sono avvalse di intercettazioni ambientali e telefoniche, che hanno registrato dichiarazioni gravi. Ma soprattutto ha confermato le tesi dell’accusa la testimonianza di un’altra soccorritrice, che ha rinvenuto nelle tasche dell’indagato siringhe vuote, prive di aghi, bisturi e altri oggetti riconducibili al sospetto decesso di un trasportato. Su tutti i giornali sono presenti dettagli e cronaca. Ma il punto, per chi lavora nel soccorso, è un altro: serve una valutazione psico-attitudinale per chi entra in ambulanza? Ci possiamo permettere ancora che un singolo criminale disintegri la credibilità di un intero sistema?
Il soccorritore non è solo tecnica: è una funzione critica del sistema
Il sistema dell’emergenza pre-ospedaliera è una macchina complessa, fatta di protocolli, formazione e integrazione tra figure professionali. Non è un contesto neutro: è un ambiente ad alta pressione, dove decisioni rapide incidono direttamente sulla vita delle persone. La letteratura e le esperienze operative mostrano che la performance del soccorritore non dipende solo dalle competenze tecniche, ma anche da fattori non tecnici: capacità decisionali, comunicazione, gestione dello stress, controllo emotivo. Questo è evidente anche nella formazione avanzata sulle maxiemergenze: simulazioni, role-play e sistemi di valutazione delle performance non misurano solo “cosa sai fare”, ma come reagisci sotto pressione. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, queste competenze vengono sviluppate dopo l’ingresso nel sistema, non prima.
Il rischio psicologico: stress, trauma e distorsioni comportamentali
L’ambiente dell’emergenza espone gli operatori a eventi potenzialmente traumatici in modo ripetuto. La letteratura internazionale evidenzia tassi elevati di stress post-traumatico tra gli operatori dei dipartimenti di emergenza, con conseguenze su comportamento, lucidità e relazione con il paziente. Non si tratta solo di burnout. Si tratta di modificazioni profonde della percezione della morte, della sofferenza e del valore della vita. E qui emerge una zona grigia pericolosa:
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desensibilizzazione
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cinismo operativo
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perdita di empatia
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alterazione del giudizio
Il caso Spada, se confermato nelle sue responsabilità, rappresenterebbe una forma estrema e criminale di questa deriva. Ma il problema di fondo è più ampio: quanto conosciamo davvero il profilo psicologico di chi mettiamo su un’ambulanza?
Formazione sì, selezione no: il vero gap del sistema italiano
In Italia esiste un’enorme variabilità nella formazione dei soccorritori. In alcuni ambiti si parla ancora di figure non pienamente riconosciute o standardizzate, con percorsi formativi eterogenei e non sempre certificati.Ed è ancora in vigore (seppure nascosta in vari modi) la soluzione critica: “la formazione sono le chiavi dell’ambulanza e la divisa. 8 ore e poi sei in turno”. Al contrario, la formazione tecnica continua a evolversi: corsi strutturati, simulazioni, certificazioni internazionali. Anche in ambito internazionale, ad esempio, sono previsti test attitudinali legati alla comprensione del rischio e del comportamento in situazioni complesse. Ma questo approccio resta limitato a singole competenze (come la guida). E non sono obbligatorie se non in certe realtà. Manca completamente una visione sistemica. Il sistema forma, ma non seleziona. E questo è un problema.
Cosa ci insegna la ricerca: senza training, le performance crollano
Parlare di “test psicologico” rischia di essere riduttivo. Il tema non è fare un esame di personalità standard, ma costruire una valutazione attitudinale specifica per il soccorso. Un modello efficace dovrebbe includere:
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capacità di gestione dello stress acuto
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tolleranza alla frustrazione
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controllo dell’impulsività
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empatia operativa (non solo emotiva)
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etica professionale e senso del limite
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attitudine al lavoro in team
Non si tratta di escludere chi non è “perfetto”, ma di individuare:
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chi ha bisogno di percorsi di supporto
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chi non è adatto a determinati contesti
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chi presenta segnali di rischio
Esattamente come avviene in altri settori ad alta responsabilità (aviazione, forze armate, forze di polizia).
Il test attitudinale non è una soluzione, ma è un inizio
Il caso Spada non deve essere usato per creare allarmismo. Deve essere usato per fare una riflessione seria. Il sistema dell’emergenza italiana è fatto da migliaia di professionisti e volontari altamente competenti e motivati. Ma è anche un sistema che, storicamente, ha investito molto più sulla formazione tecnica che sulla selezione umana. La domanda quindi non è se serve un test attitudinale. La domanda vera è: Possiamo permetterci di continuare a non averlo?







