Ci sono cose che non si dovrebbero vedere. Ci sono occhi che non possono non vederle. Ci sono immagini che possiamo tranquillamente distribuire. Ci sono immagini che dovremmo maneggiare con cautela. La maxi-emergenza di Venezia e la sindrome da stress post-traumatico.

Ieri sera a Venezia il sistema di soccorso nella sua interezza è stato messo a durissima prova. L’incidente di un autobus elettrico che è caduto dal cavalcavia Rizzardi a Mestre ha causato 21 morti e 15 feriti. Fra i decessi ci sono due bambini. L’incidente – avvenuto alle 19.39 – ha visto attivarsi subito la macchina dei soccorsi e il PEIMAF. Il piano di soccorso per le maxi-emergenze ha funzionato e il bilancio sarebbe potuto essere davvero molto più grave. Tutti, dagli operatori di Centrale Operativa ai tecnici che sono intervenuti, passando per i Vigili del Fuoco e le Forze dell’Ordine, hanno visto e sentito cose davvero difficili da sopportare. Ora che non c’è più il rumore delle sirene delle ambulanze, ma si rimane a lavorare per capire la dinamica della tragedia, è il momento più difficile. E’ il momento del rientro al lavoro, il momento del controllo delle emozioni, il momento del debriefing ma, soprattutto, del defusing: la capacità di prendere l’enorme blocco di sofferenza e dramma vissuto, elaborarlo, e gestirlo per andare avanti.

Gestire lo shock mentale di uno scenario tragico

Lo shock mentale che si vive in queste situazioni va sotto il termine di trauma psicologico. E’ una sensazione che cambia anche la percezione psicofisica, ed è vissuta da vittime, familiari, testimoni e – soprattutto – dai soccorritori. Sono proprio questi ultimi che sottovalutano il tema, capace di riproporsi dopo mesi o anni. Il soccorritore – per la sua posizione e il suo ruolo – è anche il pilastro a cui si aggrappano spesso gli altri attori nella scena per scaricare le proprie emozioni. Sono loro che devono essere formati per gestire, curare e prevenire le conseguenze dello stress psico-fisico. Uno stress che alla lunga può essere debilitanti.

Le ferite nascoste che emergono nel tempo: mai dimenticarle, nemmeno nel soccorritore

“Le ferite fisiche guariscono, quelle psicologiche possono rimanere per sempre. Gli effetti dei traumi psicologici, inoltre, si estendono alla cerchia famigliare, lavorativa e spesso anche alla società in cui vive. I soccorritori devono inizialmente concentrarsi sulle problematiche immediate del paziente ma, appena stabilizzato il quadro clinico, bisogna occuparsi delle “ferite nascoste” associate allo stress traumatico conseguente all’evento”. A dirlo è Silvia Roero in un articolo su SIMZINE, legato alla formazione PTEMS Patients.

Una divisa impone un ruolo. Bisogna essere preparati emotivamente

Bisogna sempre ricordare che il soccorritore forse non ricorderà tutti i volti dei pazienti che ha soccorso. Ma il volto e le parole del soccorritore rimarranno scolpite indelebilmente nella memoria del paziente soccorso. Ecco perché il carico emotivo è così grande. Il soccorritore rappresenta qualcosa in uno scenario drammatico. Supportarlo perché possa essere sempre al 100% delle sue capacità non solo tecniche, ma anche emotive, è un dovere del sistema sanitario. Il nostro invito in questo momento è di supportare in silenzio e senza rivivere le immagini di questo dramma. I fotogrammi delle salme allineate a fianco dell’autobus elettrico che brucia sono un lama che lacera continuamente la memoria di chi sotto quel cavalcavia c’era. Cerchiamo di non dimenticarlo quando parliamo di queste tragedie.