L’uomo che detta i tempi ai piloti più veloci del mondo coordinando la divisione Motorsport di Pirelli ha una passione che da 35 anni lo lega al 118: storia di un autista-soccorritore fuori dall’ordinario.

Ogni giovedì, prima di un Gran Premio di Formula 1, tutto il mondo delle corse aspetta le sue comunicazioni. Come responsabile della divisione Motorsport di Pirelli, infatti, Mario Isola è al vertice della squadra che sceglie le migliori mescole per far andare al massimo le auto del campionato mondiale, massima espressione velocistica del nostro pianeta.

Ma quando torna a casa, Mario Isola ha una seconda passione dove il tempo fa la differenza. Volontario di Croce Viola Milano da 35 anni, la sua storia è davvero unica: “Il volontariato mi piace e cerco di mantenere questa attività, nonostante sia lontano da casa 200 giorni l’anno. All’inizio non mi piaceva l’idea di vedere cose brutte, ma gli amici mi hanno convinto quando avevo diciott’anni a fare il corso. Poi ho seguito uno dei miei amici in Croce Viola… e sono rimasto lì”.

Ma cosa c’è che lega l’attività di autista-soccorritore e quella di responsabile del Motorsport per Pirelli?

“Io nella vita ho sempre cercato di collegare quello che ho imparato. La fortuna di lavorare in Pirelli, e prima nella scuola di Guida Sicura Speed Control di Andrea Pullé, mi hanno dato tanto rispetto al ruolo di autista-soccorritore. Abbiamo cercato in associazione di costruire dei corsi per aiutare ad avere approcci differenti. Quando saliamo in ambulanza siamo responsabili di diverse persone, non solo del paziente. Affrontiamo dei rischi mettendo a disposizione della comunità delle competenze, che dobbiamo affinare. L’obiettivo è sempre tenere il controllo della situazione, capire cosa succede attorno a noi, rendersi conto che la sirena genera panico negli altri utenti della strada. Non è facile. Io ho iniziato su un FIAT 238 e su un Volkswagen T3. Mezzi delicati, che erano molto meno sicuri di quelli odierni. Oggi siamo tanti passi in avanti, abbiamo ABS, airbag, controlli di sicurezza attiva e passiva”.

Storie di soccorso indimenticabili

Con un’esperienza così lunga è davvero impossibile non parlare di ricordi, aneddoti: “Forse quelli un po’ più anziani come me si ricorderanno i primi Ducato, quelli che quando si bagnava lo spinterogeno si fermavano di botto. Ecco, uno dei primi soccorsi fatti a Milano fu sotto un acquazzone. Me lo ricordo bene, ci fermammo a 200 metri dall’incidente stradale. Feci scendere la squadra per arrivare a piedi sul target. Appena si asciugò il motore ripartii. Arrivai senza aver preso neanche una goccia d’acqua, ma gli improperi dai miei colleghi, come li ricordo!”.

La forza del soccorso: essere sempre pronti e focalizzati sull’obiettivo

Sulle prestazioni però ci sono tante similitudini fra Formula uno e 118. “E’ sempre necessario agire presto e bene. Non è questione di velocità a tutti i costi: Puoi fare il pit-stop più veloce del mondo ma se sbagli l’attacco della gomma hai perso. In ambulanza è uguale. Devi gestire lo stress, fare un lavoro qualitativo, e rispettare i tempi dettati dalle condizioni. Anche in Formula 1 c’è questo lavoro sul team da affiatare. Noi non corriamo direttamente, ma i nostri montatori devono preparare 1.800 gomme in un giorno, sapendo che gli altri non si possono adattare ai nostri tempi, tutto deve funzionare perfettamente. Non ci sono margini d’errore. Nel soccorso e in Formula uno non puoi dire “finisco domani”. È per questo che serve la squadra, la preparazione. Trent’anni fa c’era molta improvvisazione nel soccorso, oggi sappiamo che la qualità dell’assistenza cresce se programmi e pianifichi. Funziona così anche in Formula uno.