Il soccorso si costruisce sulla storia
Autore: Alberto di Grazia
Barre, lampeggianti led, fari di ricerca, luci perimetrali, barelle ultra-tech, connessioni digitali, apparecchiature sanitarie d’avanguardia; quanta tecnologia sulle ambulanze, oggi. E poi corsi, aggiornamenti, qualifiche professionali sempre più importanti per i soccorritori. Ma da dove prende le mosse questa impostazione? Non so se avete presente il vecchio detto per cui la moka non doveva essere lavata dopo avere fatto il caffè: questo perché ogni volta il nuovo avrebbe portato in sé qualcosa del vecchio. Ecco, più o meno la stessa cosa accade nel nostro settore – ma diciamo pure un po’ in tutti i settori. Lo sviluppo ( i buoni caffè futuri) esiste in quanto si porta dietro qualcosa di quanto già provato in precedenza. Magari solo intuito, forse non sviluppato per mancanza di tecnologia adeguata o solo per non averci creduto fino in fondo. Ma difficilmente si potrà trovare qualcosa che sia stato inventato di sana pianta. Più facile che alla base ci sia un che di pregresso, che a sua volta si è basato su qualcosa ancora più grezzo precedente. Insomma, se è vero che tutto si crea e nulla si distrugge, per quel che ci riguarda forse è più corretto dire che tutto si sviluppa e nulla si butta.
Dai un’occhiata alle foto storiche dell’emergenza su Ambulanze nella storia
Oggi, per dire, abbiamo i telefonini, i tablet…ma fino all’inizio del millennio – quando il salto in avanti nel digitale ha reso pian piano obsoleto ( ma attenzione,senza cancellarlo del tutto, tanto che in emergenze gravi i ponti radio svolgono ancora oggi una egregia funzione) la comunicazione viaggiava c’era, ma viaggiava via etere. Ogni associazione o ente gestore aveva un proprio canale ed un ponte radio per mantenere il contatto con i mezzi entro l’area operativa. Il primo esempio documentato di ambulanze – italiane – radiocollegate risale al 1956, quando la Misericordia di Viareggio montò questo strumento su tre mezzi destinati esclusivamente al servizio di polmone d’acciaio (mezzi dotati anche di medico a bordo); e prima? Ovviamente l’esigenza esisteva già e si risolveva con i posti telefonici pubblici, per cui le ambulanze fuori sede venivano raggiunte dalla telefonata della sede nei punti prefissati e da lì partivano, ovviamente avvolte da un profondo buio comunicativo da quel momento fino al rientro in sede o alla postazione volante.
Abbiamo accennato al polmone d’acciaio: bella bestia, anche quella! L’Ambu è facile, è leggero, ma quando non era ancora stato inventato, allora il polmone autotrasportato – sì, ok, pesante, macchinoso e a volte in verità controproducente – era la soluzione ideale per far fronte a casi di annegamento, di folgorazione o di asfissia. Il merito del primo polmone su un’ambulanza va alla Croce Bianca di Savona, che iniziò ad usarlo già intorno al 1954.
Ma poteva essere un problema anche richiedere l’intervento di un mezzo di soccorso: quando i telefonini non esistevano, per avere un’ambulanza bisognava raggiungere il telefono fisso, di casa, di un bar o quello di una delle pur frequenti cabine pubbliche, e conoscere il numero diretto di una associazione, che variava da città a città o anche da quartiere a quartiere (fatti salvi i pochissimi casi di centrali localmente organizzate come la Loggetta a Firenze o il centralino dei Vigili Urbani di Milano, che smistavano le chiamate sui rispettivi territori).
Sennò, largo alla consultazione dei mastodontici elenchi telefonici, operazione non sempre agevole che, prima di avere trovato il numero, portava via del tempo prezioso. Negli esercizi pubblici e nelle cabine in genere le Associazioni tendevano ad apporre, al centro del disco telefonico, un adesivo con il proprio numero di emergenza (con ovvie sovrapposizioni di adesivi dovute a successivi passaggi dei volontari delle varie Croci). E siccome, ovviamente, non esisteva alcun numero unico dell’emergenza, ogni persona presente chiamava l’associazione che meglio conosceva, oppure quella di cui trovava il numero più facilmente, e magari su una sciocchezza arrivavano tre-quattro ambulanze di diverse Croci. Che, se non facevano a sportellate per la strada, non di rado si esibivano in scene tipo l’accostamento ai portelloni di chi era arrivato prima per impedirne l’apertura, e prelevare il paziente al suo posto. Follia? Anche, certo che sì. Ma erano tempi radicalmente diversi, dove contava solo la velocità di intervento e quella di trasporto al primo ospedale, senza prestare grandi cure. Del resto, con cosa? Non c’erano strumenti sanitari sufficientemente piccoli da trovare alloggio nel vano sanitario, né formazione particolarmente approfondita per i volontari che dunque si limitavano alla pulizia delle ferite, al bloccaggio delle fratture con le “ferule” e a manovre di massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca nei casi estremi. Ma questo sempre a paziente caricato, guai a fermarsi sul posto: probabilmente il ferito, o il malato, sarebbe stato portato via da una macchina di passaggio, clacson spiegato e fazzoletto d’ordinanza fuori del finestrino, se qualcuno degli astanti avesse ritenuto che i volontari stessero indugiando troppo! Esistevano – tra l’altro – anche specifiche formule assicurative che prevedevano la pulizia degli interni dei veicoli dei buoni samaritani ( o di quelli che non avevano avuto la forza di dire di no, e sul cui mezzo era stato caricato il paziente manu militari) tanto questa ipotesi era frequente. Poi, per dire, leggenda metropolitana vuole che un ferito sia stato caricato su un carro funebre di passaggio e va detto che fra quello ed il divano posteriore di una automobile forse il malcapitato ha avuto maggior fortuna ad essere almeno messo in un vano che di certo sanitario non era – anzi – ma almeno permetteva di sdraiare la persona, e non di costringerla tutta rannicchiata con i danni conseguenti che si possono immaginare e che sono stati forse molti di più di quelli dovuti all’incidente stesso. E, carro funebre a parte, questo succedeva normalmente, almeno fino a tutti gli anni ‘60 ed anche inizio ‘70 del secolo passato. Fino a che finalmente si è capito che era necessario stabilizzare i paziente prima del trasporto, le ambulanze hanno cessato di essere allestite su vetture familiari per lasciare spazio a furgoni dove ogni manovra salvavita è non solo più agevole ma direi proprio possibile (immaginate una rianimazione su una familiare qualsiasi moderna, che pure è più grande e spaziosa dell’omologa di 50 o 60 anni fa). Non che i primi fossero fulgidi esempi di trasporto sanitari oda imitare, erano pur sempre furgoni commerciali adattati e bisognerà attendere almeno il 1981 per avere finalmente un mezzo che oltre agli spazi garantisca anche un buon comfort di marcia e quindi un miglior trasporto del paziente. Con il Fiat Ducato e i suoi omologhi Citroen, Peugeot e Talbot il mondo del soccorso raggiunge davvero un’età matura che – come detto all’inizio – continua a svilupparsi ed a migliorare, prendendo spunto dalle esperienze, anche negative, che il passato ci fornisce.


















