Un medico del 118. Un autista-soccorritore. Una infermiera. Chiamarli eroi è un’offesa per tutti: la scorciatoia per nascondere la verità di un mondo che merita rispetto e invece continua a sobbarcarsi il peso dei malfunzionamenti.

E’ stata una giornata di sgomento, di dolore, di telefonate. Di apprensione. Di uomini e donne che piangono. Di papà e di mamme che si immedesimano in quanto avvenuto a Fermignano. Un incidente in galleria, fra i più pericolosi. Un frontale che intrappola i soccorritori e i pazienti nell’ambulanza. Una morte intollerabile.

Eroi e angeli del soccorso, retorica sbagliata

Oggi, leggere la parola “EROI”, la parola “ANGELI” da il voltastomaco. Non ci sono altri termini per definire questo ennesimo sfregio alla figura del soccorritore. Non siamo indistruttibili. Non siamo esseri eterei immuni al dolore e alle ferite. Siamo esseri umani. Donne e uomini che per lavoro soccorrono gli altri, con professionalità. Etichettare chi sta in prima linea come eroe andava bene nel 1859 a Solferino. Oggi, davanti a un Sistema Sanitario Nazionale in crisi nera, è l’ennesimo smacco.

Mamme, papà, professionisti del soccorso. Queste sono le parole giuste

Per ricordare nel modo migliore Cinzia, Stefano, Sokol e Alberto, soccorritori e paziente a bordo della 1408 serve un piano vero, nuovo e deciso per dare dignità ai lavoratori del 118. Perché – ricordiamolo – che siano dipendenti (come in questo caso) o volontari (come accaduto a Bologna o in altri incidenti) quello che fanno i soccorritori è un lavoro. E morire sul lavoro è intollerabile in un paese civile.

E’ il momento di fare qualcosa.

Ogni volta che sentiamo definire un soccorritore Eroe, ribelliamoci. Tutti i soccorritori devono tornare a casa dai propri figli. Tutti i soccorritore devono tornare a casa per godersi la propria vita. E per farlo devono avere gli strumenti e il sistema adeguato a questi scopi. Che non li metta in turno male equipaggiati, che non li faccia lavorare sotto organico. Che non li sbatta in ambulanza senza una preparazione minima per operare in sicurezza. Non può passare il messaggio che la morte, per un soccorritore, è un’evenienza probabile. Non siamo eroi sacrificabili. Non siamo angeli senza paura del dolore. Siamo prima di tutto lavoratori. E dobbiamo essere tutelati come tali.