L’infermiera aggredita a Cervia – ancora in Ospedale per curare tagli e ferite – ha scelto di raccontare i momenti in cui ha pensato di morire. Il dolore, le paure, i danni. E il suo “perché non dobbiamo più tollerare episodi simili”.

RAVENNA – Trauma cranico commotivo importante, contusione zigomatico-oculare al volto destro, trauma del cavo orale, della lingua, delle labbra, rottura del setto nasale bilaterale, lacerazione da strappo di entrambe i lobi delle orecchie, lesioni e bruciature da strappo sul collo, ematoma da frattura dello sterno, ematuria franca (sanguinante ndr), lesione renale ed epatica da traumi, ferita sanguinante da taglio all’avanbraccio destro. Probabile frattura dello zigomo anche a sinistra. Una divisa sporca del suo stesso sangue, usata come asciugamani dall’aggressore, pochi metri più avanti, nel giardino dell’Ospedale San Giorgio di Cervia.

Parla l’infermiera accoltellata a Cervia

Questo è l’esito del cambio turno alla postazione 118 di Cervia vissuto dell’infermiera Barbara. Usiamo un nome di fantasia, ma non è un nome a caso. Pochi secondi dopo essere scesa dall’auto, è stata aggredita da un uomo non ancora identificato. Sembra la lista degli infortuni di tanti pazienti che affollano un singolo Pronto Soccorso. È il referto con prognosi superiore a 30 giorni che è stato assegnato a lei, solo per aver cercato di andare a lavorare in ambulanza, alle 6.30 di un sabato mattina.

Non sono episodi: terza aggressione in ospedale in pochi mesi

“La cosa che ricordo di più è il forte odore di alitosi alcolica, dietro le spalle. Dalla forza con cui mi ha aggredito penso ci fosse anche qualcosa in più, ma non lo so. Forse mi ha aggredito per rubarmi gli orecchini e la collana. Bigiotteria da 30 euro. Mi ha portato via la borsa con la divisa e poi l’ha abbandonata nel parco dell’ospedale” racconta la ragazza con difficoltà. I lividi sono tanti, impressionanti.

“Voglio essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso”

“È inammissibile. Io stavo andando a lavorare. Non posso dover viaggiare in 118 con la paura come compagno di turno”. Che sia paura di morire, Barbara, non lo sottolinea. Per un operare dell’emergenza, del Pronto Soccorso, che tutti i giorni la morte la evita ad altri esseri umani, è una cosa inconcepibile. Ma si rende conto di non essere vittima casuale della furia di un singolo balordo. “Al CAU di Cervia un medico è stato seguito e offeso poco tempo fa, ma è riuscito a scappare. Pochi giorni prima un gruppo di balordi si è introdotto in radiologia, nella diagnostica. Ma non sono novità: è questo che mi fa rabbia. Che mi fa dire adesso basta. Voglio essere l’ultima”.

“Puoi lavorare per trent’anni con la paura di essere picchiato perché curi il prossimo?”

Se Barbara può parlare perché il dolore fisico delle fratture al volto è placato dagli analgesici, il dolore emotivo di sapere che questa storia deve finire brucia senza pietà: “Ora il danno fisico è grave, è doloroso, ma si curerà. Ma l’altro danno non si cura. Finché le botte si vedono sui pazienti c’è una corazza. Quando le vivi in prima persona è un’altra cosa. Ho lavorato anche al trauma center, e tornarci sul lettino… vorrei che fosse una cosa da evitare agli altri miei colleghi. Vorrei solo che i medici e gli infermieri che si troveranno a prestare servizio in quella sede, non debbano più trovare una situazione simile. Ora sento il dovere di mettere in guardia tutti. In quella zona ci sono soggetti poco raccomandabili da sempre: basta”.

Il dolore insanabile? L’indifferenza davanti alla violenza

Se la paura però può essere sconfitta con il supporto psicologico, quello che diventa un moloch imbattibile è la frustrazione di una situazione diventata ordinaria. “Fino a qualche anno fa eravamo figure reverenziali. Le persone chiedevano e aspettavano pazientemente una cura. Non era tutto preteso. Oggi è raro che per una colica renale la famiglia del paziente ti dica grazie, ti tratti con rispetto. È una lotta continua, ogni intervento. E non ti dico in Centrale Operativa quando rispondiamo: prendiamo delle infamate che non avrei il coraggio di ripetere a mio figlio, a mia sorella”.

È finito il tempo della resilienza: sopportare non è più possibile

“Sono molto amareggiata, oggi, perché mi rendo conto che siamo portati, educati a sopportare. Ora ho capito che sopportare questa cosa non è la strada giusta. Ci sono colleghi che minimizzano, perché non è capitato a loro. Dobbiamo cambiare questo oltre alla testa dei cittadini”.

Qui si ferma il racconto dell’infermiera aggredita e accoltellata a Cervia. Qui ci fermiamo, davanti al muro più duro che c’è: il muro di gomma dell’indifferenza. Nessun soccorritore, nessun medico, nessun infermiere deve sentirsi escluso da questo racconto. La voce di Barbara – come Barbara Capovani, morta esattamente un anno fa per l’aggressione di un paziente – è quella di una donna che ha paura di non essere accolta. Di non essere protetta dal suo lavoro, dalla sua divisa.

“I passi fatti sono tanti, dobbiamo continuare ad andare avanti”

Se questo racconto è possibile, oggi, è perché negli ultimi anni gli infermieri e i soccorritori hanno capito che è necessario reagire. Il fatto di parlare è già di per sè un passo avanti. “Dobbiamo lavorare su tutto – spiega Silvia Musci, referente del tavolo delle violenze di genere della SIIET – ma soprattutto dobbiamo cancellare la cultura dettata dai nostri bias cognitivi, che ci fanno indietreggiare davanti a fatti sempre più evidenti. Questo fenomeno è una pandemia globale. Il nostro compito è combatterla su tutti i fronti a partire dalla cultura che vede la persona assistita (che una volta veniva chiamato paziente) comportarsi da cliente, dove tutto gli è dovuto a prescindere dalla relazione di cura. Questo è il freno più grande, perché oltre al danno di un’aggressione rischiamo di togliere i diritti di chi sceglie questa meravigliosa professione, come infermiere e medico. Dobbiamo combattere culturalmente questa deriva, accoglierla e fare un grosso sforzo di comprensione di qualsiasi tipo di violenza. Sarà un cambiamento necessario e fino a quando ci saranno persone che nonostante il dolore subito combattono e pretendono un posto di lavoro migliore, ce la possiamo fare”.