Si è da poco concluso il Congresso Simeu, a Genova, dove sono state trattate diverse tematiche, da quelle a carattere scientifico-professionali (che riguardano il mondo del pronto soccorso e della medicina d’urgenza) a quelle relative all’organizzazione dei servizi e delle attività, fino alla formazione professionale.

Fra i numerosi argomenti trattati, assume particolare rilevanza sociale la criticità dei pronto soccorso, luogo di riferimento per tutti i cittadini, ad accesso libero, attivo 24 ore su 24. Un tema caldo che coinvolge operatori sanitari e pazienti e una patata bollente per vertici sanitari e mondo politico. Ne abbiamo parlato con Andrea Fabbri, componente dell’ufficio di presidenza e coordinatore dell’Osservatorio nazionale SIMEU, il quale afferma che <<il cittadino cerca le risposte più svariate e sempre più frequentemente i nostri servizi sono oggetto di richieste che vanno al di là di quello che è l’ufficio per cui è stato creato, ovvero rispondere all’emergenza. L’utente che si rivolge al pronto soccorso è la classica persona che non sa come fare per un qualsiasi problema, che può essere una malattia cronica, piuttosto che il mancato rispetto di una prenotazione, o per i tempi di risposta alle richieste di consulenze di mesi, o di esami vari. Questa situazione, abbinata alle difficoltà di ospedali, ambulatori e strutture intermedie, crea una situazione di sovraffollamento, dove la domanda è sproporzionata rispetto alla normale operatività>>.

Il cittadino resta ignaro del fatto che spesso un problema non è appropriato per il mondo dell’emergenza-urgenza e che piuttosto andrebbe trattato in altre sedi. La carenza di personale rende difficoltosa una risposta adeguata.

<<Ci vorrebbe qualcuno che facesse da filtro – spiega Fabbri – e che ogni volta che si presenta il cittadino con i più svariati problemi, lo sappia indirizzare nel luogo giusto, come avviene in altri Paesi>>.  Secondo Fabbri <<manca il personale perché non c’è ancora una politica di assunzioni adeguate del personale, anche perché non si trovano facilmente medici disposti ad accettare incarichi nei pronto soccorso>>. Motivo? <<Lavoro difficile, faticoso, poca soddisfazione, poco remunerativo. Siamo al 30-40% in meno di quello che era l’organico previsto delle figure sia di medici che di infermieri>>. I flussi dei pazienti non riescono a procedere perché ci sono dei rallentamenti e quindi restano bloccati per ore in attesa del laboratorio, del consulente, del posto letto, degli esami radiologici. Il percorso di cura, che dovrebbe essere di qualche ora, spesso si trasforma in giornate.

Lo stress non è solo del paziente, ma anche del personale sanitario.

<<Lavorare in un’ambiente dove ci sono 50-100 persone  in ogni angolo del Pronto Soccorso, – prosegue Fabbri – in attesa di avere una risposta di qualcosa, è estremamente frustrante>>. Come si gestisce una situazione del genere? La risposta di Fabbri è quella che qualsiasi medico darebbe: <<Portando pazienza>>. La responsabilità del medico è quella di dare risposte e valutazioni, ma se non gli vengono dati gli esami, come può accelerare i tempi?

Qualche informazione in più per capire come evolvono le situazioni e come cercare un rimedio.

Il Dottor Andrea Fabbri, in qualità di coordinatore dell’Osservatorio nazionale Simeu, insieme ad altri professionisti, ha raccolto una quantità di dati e informazioni delle attività che non risultano  dai dati ufficiali trasmessi alle Regioni  e poi al Ministero. Ad esempio, <<nell’ultima rilevazione – illustra il medico – abbiamo chiesto ai centri di dire qual è la percentuale dei pazienti che si rivolgono più di cinque volte in un anno al Pronto Soccorso. Se un paziente si reca in pronto soccorso più di cinque volte, vuol dire che il suo percorso non ha soluzione, ovvero non ha una gestione appropriata. Abbiamo scoperto che la percentuale è pari a un 3% dei casi ed è tanto su 18 milioni di utenti. Un altro esempio è una stima dei costi degli esami di laboratorio, delle indagini radiologiche  e delle terapie: facendo un confronto, dal 2019 al 2023, si è verificato un aumento del 15-20%. Oppure ancora qual è il numero dei pazienti anziani che venivano visti nel 2019 e quanti nel 2023, scoprendo un incremento significativo di anziani che si rivolgono al Pronto Soccorso. Spesso, pur essendo pazienti cronici, finiscono nel percorso dell’urgenza  anche se non dovrebbero finirci, magari hanno solo bisogno di cambiare un catetere urinario>>. Ed è anche importante, in questi casi, tenere presente anche la componente psicologica, magari la solitudine di chi non ha parenti che se ne possano prendere cura. In pratica, per questo fenomeno chiamato “boarding”, Fabbri fa capire che non ci si può appoggiare al Pronto Soccorso per qualunque problema e il medico deve avere la possibilità di dire all’utente che per quel suo problema non è quello il luogo adatto per risolverlo, perché non è un’ urgenza e può benissimo recarsi in un ambulatorio: <<Finché non ci sarà questa decisione politica, è difficile continuare a mettere risorse da qualche parte  per migliorare l’efficienza di un sistema. Ci deve essere  un minimo controllo della domanda. In un sistema in crisi come il nostro, dalla medicina territoriale alla medicina specialistica, se si aumenta l’offerta nei pronto soccorso è verosimile che bisogna aumentare anche la domanda, più che non cercare di migliorare la risposta>>.