Quando chiedere non è invadenza, ma condivisione

Molto spesso, quando si parla di raccolta fondi, quello che affrontiamo in tanti enti non profit è la paura del chiedere. Quel tabù, molto spesso non esplicitato, che assimila il chiedere per sostenere la nostra buona causa all’effetto televendita di materassi. 

Eppure non è così. Ieri come oggi, il dono ha un valore nella società. Un significato profondo che ci mette in contatto con il nostro vivere in relazione all’altro e a tutti quei valori che ci caratterizzano e rendono umani.

Il dono che si trasforma in crowdfunding

Con il COVID-19, la guerra in Ucraina e in Palestina, tutti abbiamo sentito l’urgenza di dover far qualcosa, di attivarci per rimettere al centro i diritti inviolabili di ogni cittadino: il diritto alla cura, il diritto a partorire in un luogo sicuro, il diritto ad avere cibo e acqua potabile.

Da qui, il proliferare di raccolte fondi, effettuate con il mezzo del crowdfunding, che per tanti hanno rappresentato l’occasione per non sentirsi soli e riappropriarsi di quel senso di comunità che, in momenti così complessi, traballa e ci fa sentire soli.

Il dono è uno dei modi per ri-affermare il proprio essere cittadino e contribuire concretamente alla definizione e alla realizzazione del bene comune, soddisfacendo i bisogni cui, a volte, la stessa società non sembra in grado di rispondere. Senso di appartenenza, bisogno di relazioni pure, costruzione del cambiamenti e riconnessione con il senso di reciprocità e di comunità che ci caratterizza in quanto esseri umani.

Quando si arriva da questo alla nostra organizzazione non profit, piccola o media che sia, diventa tutto più complicato. Abbiamo paura di apparire “invadenti”, di incrinare il rapporto che abbiamo costruito nel tempo con le persone che ci circondano o, addirittura, di apparire sotto una cattiva luce con chi si avvicina alla nostra realtà per la prima volta.

Il lavoro degli enti non profit è sussidiario

C’è una cosa molto importante da tenere a mente: le nostre realtà molto spesso si infilano nelle intercapedini della società. Negli spazi grigi in cui, qualora non ci fossimo noi, non ci sarebbe nessuno. 

Ambulanze, servizi di assistenza e soccorso, trasporti ai malati, servizi di protezione civile e sicurezza. Il lavoro degli enti non profit è sussidiario a quello portato avanti dallo Stato e, a definirlo, nell’art 118 della Costituzione è il comma IV che impone a tutti gli enti territoriali di favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base, per l’appunto, del principio di sussidiarietà. Questo è ripreso e ridefinito dal Codice del terzo Settore dove, l’articolo 55, sottolinea l’importanza del coinvolgimento delle forme associative da parte della Pubblica Amministrazione.

Nonostante il sub strato legislativo ci sia vi è, però, qualcosa che stride ancora. 

Perché qualcuno dovrebbe scegliere di sostenere me?

Perché qualcuno dovrebbe scegliere di sostenere me? Come gli spiego “bene” le modalità con cui porto avanti la mia mission e la mia vision? Come spiego a quel “qualcuno” come uso i fondi che mi dà per sostenere la mia causa?

Eccoci qui arrivati al punto. Fare raccolta fondi è difficile perché ci porta a scavare alle radici dell’erba, all’origine del nostro ente e dei perché più profondi. Se da una certa angolazione, tutte le realtà non profit sembrano più o meno uguali; nel momento in cui se ne indagano i metodi e le azioni che mettono in campo per affrontare la zona grigia scelta, se ne scova il tesoro nascosto fatto di valori, azioni e persone.

Spiegare a una persona diversa da noi, perché sostenere la nostra causa parte da elementi che possiamo riassumere rispondendo alle seguenti domande:

  • Quali sono i miei valori?

Definire bene quali siano tutti quegli elementi che posso condividere con un donatore e trasformare in un elemento aggregante.

  • Qual è il mio metodo e come prende vita?

Per quanto gli obiettivi generali si assomiglino un po’ tutti (e.g. assicurare cure di qualità a chiunque), ognuno di noi sceglie dei metodi unici e di valore per portarli avanti (e.g. aumentare il numero di mezzi a mia disposizione per raggiungere anche le zone più lontane dai presidi sanitari e con meno accesso ai servizi socio-assistenziali). A questo aggiungiamo una descrizione semplice delle azioni che mettiamo in campo (e.g. allestimento di due mezzi per il trasporto di persone nei presidi).

  • Perché ho scelto questo metodo?

Quali scelte ed esperienze di vita hanno guidato me/i miei volontari/il mio board a costruire e mettere al centro questo metodo di lavoro piuttosto che un altro.

  • Che cosa ho fatto fino a oggi?

Tra lezioni imparate e numeri raccontiamo agli altri, ma soprattutto a noi stessi, quali sono gli impatti del nostro operato quotidiano.

Come chiedo di sostenermi?

Una volta risposto a queste domande, il valore di ciò che facciamo sarà sempre più chiaro così come perché quel nuovo mezzo è cosi necessario. Ecco, ma ora la domanda è un’altra…come chiedo di sostenermi?

Per essere più sereni nel formulare una richiesta, possiamo partire da esempi di donazione chiari che rendano facile e trasparente la verifica del luogo di arrivo di quei soldi. Il concetto del “vieni a vedere”, si esplica in due linee fondamentali: 

  • costruendo degli esempi di donazione molto chiari e puntuali: con 50€ sosterrai l’acquisto di benzina per effettuare un’intera settimana di trasporti presso i centri di dialisi
  • mostrando e rendicontando quello che accade nel nostro ente. Possiamo raccontarlo sui nostri canali dando il numero di trasporti effettuati in una settimana o le persone che abbiamo accompagnato, con un e-mail/lettera di aggiornamento, con un messaggio Whatsapp inviato ai nostri sostenitori

In Italia le donazioni da individui e famiglie rappresentano il 70% del totale donato e, oggi più che mai, le persone hanno bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande che contribuisca a creare quel cambiamento che tutti speriamo di vedere.

L’essere umano non è razionale e logico come ci hanno fatto credere, bensì, è reciproco e conscio della sua incompiutezza quando è solo.

Autore: Isabella Lalli | International Cooperation-Project Management-Fundraising