450 millimetri di pioggia per metro quadrato. Un livello d’acqua ingestibile, qualsiasi polemica si voglia scatenare. Perché costruire strutture per livelli così elevati d’acqua vuol dire cambiare completamente la morfologia degli Appennini. E non solo. Polemizzare sull’emergenza climatica però non serve a nulla. Soprattutto se i fondi sono bloccati per attività “green”.
Di Mario Robusti
Da giorni nella testa del volontariato rimbombano come sassolini le parole del ministro Nello Musumeci in conferenza stampa. Nessuno si espone o ne parla. Le strutture operative sono, per l’appunto, abituate a lavorare quando serve, non a far polemica. Tant’è che il dispiego di forze messo in campo dal Dipartimento non è stato banale. A causa delle esondazioni sono state evacuate 2.462 persone, alloggiate presso strutture messe a disposizione dai Comuni: 943 nella provincia di Bologna, 1329 in quella di Ravenna, 188 a Forlì-Cesana e 2 a Modena. Si sono mossi 169 unità e 41 mezzi dalle colonne mobili di Friuli, Lombardia, Toscana, Veneto, Umbria e Trento. Si sono attivate tutte le associazioni: Alpini, Misericordie, Croce Rossa, Anpas, CNSAS, Ordine di Malta, SWRTT.
Litigare mentre siamo sull’orlo del baratro
Però, mentre ancora si spala il fango, qualcosa si è rotto sul piano dei rapporti istituzionali. Senza collaborazione inter-istituzionale non si va da nessuna parte. E se inizia una polemica quando ancora non ha finito di piovere, gli animi di certo vengono feriti e segnati. Non si può evitare una riflessione sulle scintille fra Regione Emilia-Romagna e il Ministero delle Politiche del Mare e della Protezione Civile. Nello Musumeci ha detto con un tono inequivocabile: “In questo decennio l’Emilia-Romagna ha ricevuto 594 milioni per la lotta contro il dissesto idrogeologico. Se la Regione potesse fare lo sforzo di farci sapere quanta di questa risorsa è stata spesa potremmo programmare ulteriori interventi”. Una dichiarazione che ha mandato su tutte le furie le istituzioni della Regione. I fondi infatti sono stati assegnati con difficoltà e con non poche frizioni alla commissione per la ricostruzione, guidata dal Generale Figliuolo, e alla Regione Emilia-Romagna (che ha rendicontato l’uso dei fondi anche tramite un chiaro sito internet visibile qui). Eppure non tutto è ancora stato speso, per colpa di passaggi burocratici che da anni rallentano le fasi di ricostruzione, e che sono da sempre sotto l’attento occhio vigile della Commissione Europea e della Corte dei Conti Europea. Un bell’articolo per capire il punto è questo approfondimento de L’Indipendente.
Responsabilità e assicurazioni: dove stiamo andando?
Ed è proprio lì che sembra voler colpire la polemica di Musumeci. Se la Commissione Europea infatti ha appena stanziato 10 miliardi di euro per i paesi colpiti dal Ciclone Boris, è da tenere a mente che i principali paesi che ne beneficeranno saranno tutti paesi del Nord Europa e che i tempi di erogazione di questi fondi non saranno brevi. Nel nord Europa infatti è più facile spendere, perché la direttiva Alluvioni è stata in moltissimi casi ben recepita, perché – principalmente – c’è una maggiore attenzione all’aspetto assicurativo delle amministrazioni, delle aziende e delle realtà locali. Uno dei problemi su cui Musumeci ha puntato il dito. La direttiva Europea per la protezione del territorio dalle alluvioni infatti è il quadro di riferimento a cui affidarsi. E la relazione d’analisi – datata 2018 – non ha dato un quadro lusinghiero. Italia, Bulgaria e Romania sono i paesi dove è più basso l’indice di protezione assicurativa contro le alluvioni. In Repubblica Ceca il 54% delle famiglie ha un’assicurazione contro le alluvioni. In Italia siamo all’1%.
Ma se i fondi sono al ministero dell’ambiente, perché sul patibolo sale la Protezione Civile?
Infine c’è un dato davvero molto critico da analizzare. Secondo la relazione della Corte dei Conti Europea in Italia meno del 2% delle 469 misure applicabili in ambito di protezione dalle alluvioni riguarda infrastrutture verdi. Ma i fondi sono stati allocati in maggioranza al Ministero dell’Ambiente, e i progetti bloccati non sono sulla scrivania di Nello Musumeci, ma del collega Pichetto Fratin. Scollegare quindi Protezione Civile e Ambiente, in questo momento, sta rendendo più difficoltoso procedere nella realizzazione dei progetti di tutela delle persone e di resilienza. Quindi, in sintesi: i soldi ci sono ma non sono nel giusto Dicastero. I progetti importanti stati portati avanti e stanno dando risultati (vedasi il progetto di tutela del bacino idrogeologico delle alpi orientali, che ha retto alla prova critica dell’alluvione di luglio, a Vicenza). E manca una visione d’insieme delle tutele da garantire ai cittadini.
Cosa fare adesso per i cittadini?
Oggi in Europa Olanda, Spagna e Austria hanno progetti pubblici, o misto pubblici-privati, per tutelare con assicurazioni le realtà imprenditoriali e i residenti. In Italia invece è tutto affidato al privato. Si può implementare una politica più responsabile, dal punto di vista istituzionale, per sostenere i cittadini e non farli precipitare nella disperazione ogni volta che diluvia? Si può attivare un percorso di comunicazione più radicato con la cittadinanza, per dare da un lato una infarinatura su come rispondere all’emergenza, e dall’altro per far capire come rendere il singolo nucleo familiare tutelato da un rischio così devastante? E’ vero: questa volta è andata meglio e non ci sono stati morti. Ma serve una visione unica per prevenire i danni e non finire in un vicolo cieco, dove ci si guarda cadere nel baratro dandosi la colpa l’uno con l’altro. Fermiamoci a riflettere insieme. La soluzione forse è più semplice di quanto non si creda.







