«Chi salva una vita, salva il mondo intero». Non è solo un motto, ma una realtà. Oggi chiunque sia addestrato all’uso del DAE (defibrillatore semiautomatico esterno) può provare l’emozione di aver rimesso in funzione un cuore che si ferma: anche i disabili.

 

PARMA – Siamo abituati a vedere nei film il paramedico che grida “Libera!” prima di una scossa che scuote il corpo del paziente. Ma quella scarica è reale e può davvero salvare una vita. Ma qual è la cosa più importante? Chiunque può erogare quell’impulso.

Arresto cardiaco: chi muore?

Ogni anno in Italia 65.000 persone muoiono per arresto cardiaco improvviso, spesso perché non si interviene tempestivamente. Un DAE nelle vicinanze e una persona preparata possono fare la differenza. Ecco perché si insiste sempre di più sulla formazione nelle scuole, nei centri sportivi, nei luoghi pubblici. Ma perché fermarsi? Perché non estendere l’addestramento anche alle persone con disabilità, mettendo anche loro al centro del sistema di soccorso?

Disabili soccorritori: si può fare

L’Anmic (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili) ha deciso di colmare questo vuoto facendo il primo passo. In questo momento sta formando decine di persone con disabilità all’uso del DAE, dimostrando che il soccorso è un diritto e una responsabilità di tutti. Basta sapere come adattarsi, una parola chiave per tutti i soccorritori. Di fronte a un manichino e a un defibrillatore addestrativo si sono impegnate persone in sedia a rotelle, con problemi di deambulazione, con una sola mano. Nessuna differenza: tutti devono saper fare, o saper comunicare le manovre giuste in caso di necessità. L’addestramento segue un protocollo standard internazionale, certificato da Ircomunità. Prima la sicurezza personale, poi la valutazione della vittima, la chiamata al 112, e infine massaggio cardiaco e defibrillatore. In attesa che arrivi l’ambulanza. Tutto per un solo obiettivo: salvare una vita, salvare il mondo intero.

“Saper aiutare per ritrovare il proprio posto nel mondo”

«È stata un’esperienza positiva e utile. Qualcosa già sapevo ma ripassare è importante: serve a limitare i movimenti difficoltosi»: spiega Paolo Piazzi, associato ad Anmic. «È stato un corso BLSD completo ma molto più entusiasmante del solito. Vedere persone con un braccio solo che massaggiano perfettamente significa tantissimo. Non dobbiamo mai a priori escludere qualcuno dal percorso per effettuare manovre salvavita. Vedere i discenti caparbi nel cimentarsi deve essere d’esempio per molti» spiega Mario Robusti di Rescue Press, organizzatore del corso. Per Walter Antonini, presidente di Anmic Parma, il significato di questa iniziativa va oltre la formazione: «Questo progetto abbatte barriere culturali e stereotipi. Ribadisce che non siamo una comunità separata, ma parte della società».

Una logica per il futuro: donazioni per defibrillatori e corsi

A rendere possibile questa iniziativa è stato anche il Vespa Club Collecchio, che ha finanziato l’acquisto del defibrillatore che verrà presto installato fra la sede ANMIC e il parco, a disposizione del pubblico. Il presidente Renato Fancellu ha spiegato che la donazione serve «per sostenere progetti concreti, come amiamo fare da sempre. Crediamo fortemente nel DAE e nella sua importanza, e in Anmic sappiamo che sarà indispensabile». E il percorso non si ferma qui. Il 3 aprile partirà un corso specifico per ciechi e ipovedenti, in collaborazione con l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti (UICI). Perché il diritto di sapere come salvare una vita non deve avere limiti.

 

Foto per gentile concessione di Studio Vasini