A Seravezza la SNAMED, scuola medica del CNSAS, ha riportato la formazione nel posto più scomodo  e difficile in cui stare: al limite dell’impraticabile, per capire come agire quando la scelta critica è multifattoriale.

Dal 16 al 19 aprile 2026, a Seravezza, in provincia di Lucca, il corso nazionale SAI – Soccorso in Ambiente Impervio – ha riunito oltre cento tra medici, infermieri e tecnici del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico per quattro giornate di esercitazioni, workshop e confronto interdisciplinare. Il corso, nato all’interno della formazione sanitaria del CNSAS e oggi cresciuto con il contributo delle scuole tecniche e formative del Corpo (SNAMED e SNATE), ha mantenuto il suo nucleo originario: lavorare sulla gestione sanitaria in ambiente impervio, dove il sapere clinico deve continuamente misurarsi con tempi lunghi, vincoli logistici, progressione difficile e risorse limitate.

La sede teorica è stata il Palazzo Mediceo di Seravezza, mentre il programma ha previsto lezioni, scenari in ambiente e workshop pratici, con 30 crediti ECM per medici e infermieri. La segreteria organizzativa è stata affidata alla Fondazione Alessandro Volta, realtà nata nel 2015 per la promozione dell’università, della ricerca scientifica, dell’alta formazione e della cultura, che da anni supporta anche iniziative legate alla formazione avanzata in area HEMS e sanitaria.

La clinica non è tutto: il problema è seguirla quando il contesto deforma la percezione

È tra forra, grotte e falesie che l’organizzazione dello SNATE, guidato a livello sanitario dal dr. Filippo Socci, anestesista-rianimatore dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze, ha posto le maggiori complessità. Il cuore del SAI 2026 non è l’aggiornamento nozionistico, ma la verifica concreta di quanto la medicina cambi quando entra nei cunicoli, sotto le cascate o in sosta su uno strapiombo. “Lo scenario speleologico, costruito insieme alla componente tecnica e alla scuola medica speleo – spiega Socci – ha avuto proprio questo obiettivo: far percepire ai discenti il peso delle tempistiche, della programmazione, dell’allestimento del campo base e della progressione al buio. In ambito ipogeo, come ricorda anche la documentazione del CNSAS, il paradigma della “golden hour” perde centralità, perché ambiente, umidità, temperatura, disostruzione dei passaggi e durata del recupero modificano radicalmente priorità e trattamenti”. Il valore formativo del SAI sta nel mettere i sanitari davanti a una verità spesso sottovalutata: sul piano teorico si sanno fare poche cose ma decisive; il problema è riuscire a farle bene quando l’ambiente rallenta i gesti, affatica il team, riduce la comunicazione e impone di decidere con meno dati e più incertezza. “È una medicina meno elegante, forse, ma più aderente alla realtà del soccorso”.

Forra, ecografia, trauma toracico e vie aeree: il focus clinico 2026 ha cercato l’utilità, non l’effetto speciale

Il programma 2026 mostra bene la direzione scelta dagli organizzatori. Le lezioni frontali hanno insistito su analgesia in ambiente impervio, gestione del paziente emorragico, ecografia in contesti disagiati, processo decisionale nel trauma toracico, ipotermia e sindrome da sospensione. I workshop hanno poi tradotto questi temi in attività ad alta utilità pratica: chest trauma skills, field immobilization, Stop the Bleed, soccorso sanitario in forra, ecografia decisionale e gestione delle vie aeree in elisoccorso. “In questo impianto, l’ecografia non viene proposta come estensione di un ospedale portato in montagna, ma come strumento di orientamento decisionale: non per una diagnosi fine, bensì per aumentare la qualità della scelta di partenza, del triage e della comunicazione con la centrale in sistemi dove le risorse non sono infinite” spiega Filippo. Lo stesso vale per il lavoro sulle vie aeree, sostenuto dal contributo della HEMS Association e in particolare di Luca Filetici, referente per la formazione del comitato scientifico dell’associazione: “l’interesse non è stato fare procedure avanzate in senso astratto, ma ragionare su limiti, spazi, vincoli del verricello, ventilazione in ambiente ostile e adattamento delle tecniche quando il contesto non consente standard ospedalieri, quando non c’è spazio. Anche la forra è stata usata in questa chiave: non solo come scenario suggestivo, ma come ambiente dove ipotermia, annegamento, trasporto prolungato e difficoltà estricative obbligano a ripensare sequenza degli interventi, protezione termica, packaging e sostenibilità dell’evacuazione”.

Il punto più maturo del corso non è stato tecnico ma cognitivo: decidere quando fermarsi

La parte finale del SAI 2026, probabilmente, è quella che meglio spiega la maturità raggiunta dal corso. La tavola rotonda conclusiva non ha insistito sull’ennesimo aggiornamento procedurale, ma su errori, rischi e rinunce nel soccorso in ambiente impervio, provando a trasferire al soccorso terrestre alcuni strumenti decisionali derivati dalla cultura safety aeronautica e dall’esperienza HEMS. I temi trattati – il confine tra missione e incidente, la differenza tra teoria e pratica negli ambienti ostili, il rischio nascosto del “fare con quello che c’è”, il valore della rinuncia – toccano un nodo essenziale per chi opera fuori dall’ospedale: non sempre l’attivazione massima corrisponde alla scelta migliore. In questo senso il SAI si conferma un corso che non vuole produrre automatismi, ma professionisti più consapevoli dei propri bias e dei propri limiti. È la stessa linea richiamata da Simona Bertelletti, Direttore della Scuola Nazionale Medici del CNSAS, figura di riferimento del settore sanitario piemontese. “Il punto non è costruire un corso “normativo” o una pseudo-linea guida universale, ma far capire a sanitari interni ed esterni al CNSAS che lavorare in grotta, in forra o in parete non significa soltanto applicare protocolli in uno spazio diverso: significa ridefinire continuamente ciò che è appropriato, fattibile e sicuro. È questo il contributo più solido del SAI 2026, ed è anche il motivo per cui l’appuntamento del 2027 merita attenzione fin d’ora: non come semplice replica, ma come ulteriore sviluppo di una formazione che prova a tenere insieme clinica, tecnica, fattore umano e cultura della decisione”.