Il 20 maggio 2012 alle 4.04 abbiamo scoperto il terrore. Il 29 maggio lo abbiamo rivisto mentre i Vigili del Fuoco erano ancora dentro alle macerie a cercare i sopravvissuti. I soccorsi, il sistema di supporto e quella nuova visione dell’emergenza, oggi, come la stiamo mettendo a frutto? Torniamo indietro per focalizzare le grandi novità che la Protezione Civile ha messo in campo nell’ultimo decennio per ridurre al minimo il rishio per i cittadini.

Autore: Alessandro Conti

A quattordici anni dal sisma che ha sconvolto la pianura emiliana, la memoria storica si unisce all’analisi operativa. Il 20 maggio 2012, alle ore 4.04, una scossa di magnitudo 5.9 ha ridefinito non solo le aree di rischio di un territorio, ma le dinamiche stesse della risposta integrata del sistema di Protezione Civile italiano. Oltre la cronaca dei crolli e l’immediata attivazione della macchina dei soccorsi — coordinata dal Centro Operativo Regionale, dalle Prefetture e dai Vigili del Fuoco — questo contributo analizza una dimensione tanto complessa quanto cruciale: la documentazione tecnica e la mappatura aerea delle colonne mobili in uno scenario di catastrofe. Attraverso il resoconto di una missione di ricognizione aerea non convenzionale, effettuata a bordo di un velivolo leggero Tecnam P92 con una finestra di scatto di soli 15 centimetri quadrati, l’articolo esplora il delicato confine tra fotogiornalismo operativo ed etica del soccorso. Quando lo sguardo dall’alto non cerca lo spettacolo del dolore, ma diventa metodo, strumento logistico e, infine, memoria civile e tecnica per il futuro dei sistemi di gestione delle emergenze.

Quattordici anni dopo, la memoria di una notte che cambiò la pianura

Alle 4.04 del 20 maggio 2012 la pianura emiliana fu svegliata da una scossa che segnò in modo profondo la storia recente della Protezione Civile italiana. Il terremoto, indicato dal Dipartimento nazionale della Protezione Civile come evento di magnitudo 5.9, interessò l’area nord della Penisola, colpendo in particolare i territori delle province di Modena e Ferrara e, in misura minore, quelli di Bologna e Mantova. L’epicentro venne localizzato dall’INGV tra Finale Emilia e San Felice sul Panaro, nel modenese, e Sermide, nel mantovano. Nelle prime comunicazioni territoriali, la Provincia di Modena riportò la scossa delle 4.04 come terremoto di magnitudo 6, con profondità di 6,3 chilometri ed epicentro nella zona compresa tra Finale Emilia, San Felice sul Panaro e Mirandola. Lo stesso aggiornamento segnalava quattro vittime nel ferrarese per il crollo di edifici industriali e una nel bolognese, oltre a danni rilevanti nel modenese e nel ferrarese. Fu una ferita improvvisa, aperta nel buio, in un territorio abituato alla fatica ordinata dei campi, delle fabbriche, delle chiese di paese e dei centri storici raccolti attorno alle torri. In pochi secondi quella geografia divenne scenario di emergenza: edifici lesionati, capannoni collassati, beni storici compromessi, comunità costrette a uscire di casa e a cercare un punto sicuro mentre la terra continuava a muoversi.

L’attivazione del sistema: COR, Vigili del Fuoco, Prefetture e volontariato

Dalle prime ore, la risposta istituzionale seguì la logica del coordinamento integrato. L’Agenzia regionale di Protezione Civile attivò il Centro Operativo Regionale, mentre gli interventi vennero coordinati in raccordo con Vigili del Fuoco, Prefetture, Comuni, Province interessate, volontariato di Protezione Civile e le altre componenti del sistema. Il capo del Dipartimento nazionale della Protezione Civile, Franco Gabrielli, convocò il Comitato Operativo. Il 22 maggio 2012 venne deliberato lo stato di emergenza per le province di Ferrara, Modena, Mantova e Bologna; lo stesso giorno Gabrielli firmò l’ordinanza per i primi interventi urgenti di soccorso, assistenza alla popolazione e opere provvisionali necessarie. Fu in quelle ore che la macchina dei soccorsi assunse la sua forma più riconoscibile: non una somma di singole forze, ma un sistema. Un sistema fatto di sale operative, colonne mobili, moduli logistici, volontari, tecnici, funzionari, vigili del fuoco, amministratori locali e operatori impegnati a leggere il territorio mentre il territorio cambiava sotto i loro occhi.

Le aree colpite: una scossa avvertita ben oltre l’epicentro

Secondo i dati richiamati dalla Provincia di Modena, l’evento interessò anche le province di Mantova e Rovigo. In Emilia-Romagna, tra i comuni situati entro una fascia compresa fra 10 e 20 chilometri dall’epicentro furono indicati Camposanto, Medolla, Mirandola e San Felice sul Panaro nel modenese; Crevalcore e Pieve di Cento nel bolognese; Bondeno, Cento e Sant’Agostino nel ferrarese. Alla scossa principale seguì, alle 5.02, un’altra scossa di magnitudo 4.9, oltre ad altri eventi di minore intensità. Le immagini dei primi crolli entrarono rapidamente nei notiziari. Nel modenese, tra i danni più evidenti al patrimonio storico, vennero segnalate gravi lesioni alla Rocca Estense di San Felice sul Panaro e il crollo della Torre dei Modenesi a Finale Emilia. Quella mattina la scossa fu percepita in un’area vastissima del Centro-Nord. Ma nei paesi più vicini all’epicentro il terremoto non fu soltanto un movimento tellurico: fu rumore di murature che cedono, sirene, polvere, telefonate interrotte, strade da verificare, famiglie da assistere, aziende da mettere in sicurezza, campanili da osservare con il timore che il danno visibile non fosse ancora tutto il danno possibile.

Il volontariato: otto mesi accanto alla popolazione

In questo racconto, però, non c’è soltanto la cronaca del sisma. C’è anche la storia dell’operato silenzioso del volontariato organizzato, delle squadre che si alternarono nei mesi successivi, delle relazioni costruite nei campi, nei punti di assistenza, nei sopralluoghi, nelle attese. Per otto mesi, il supporto alla popolazione non fu solo distribuzione di pasti, montaggio tende, logistica, trasporti, presidi e assistenza. Fu presenza. Una presenza concreta, quotidiana, misurata. Il volontario non entrava nel dolore degli altri per raccontarlo, ma per sostenerlo. E chi documentava quell’emergenza aveva il dovere di farlo con la stessa attenzione: mostrare senza invadere, registrare senza appropriarsi, descrivere senza trasformare la sofferenza in spettacolo. È qui che la fotografia, quando è servizio e non ricerca dell’immagine a effetto, diventa parte della memoria operativa di un’emergenza. Non sostituisce l’intervento, ma lo rende leggibile. Non consola, ma documenta. Non risolve, ma permette a enti, strutture e comunità di capire dove, come e con quali risorse si sta lavorando.

La richiesta: mappare dall’alto l’impiego delle colonne mobili

Il 25 maggio 2012, alle 18, arrivò una richiesta precisa dall’allora direttore della Protezione Civile delle Misericordie d’Italia, Paolo Diani: mappare dall’alto le aree di impiego del volontariato organizzato entro e non oltre il 27 maggio, prima dell’entrata in vigore del NOTAM di sorvolo sulle aree colpite. Non era una richiesta ordinaria. Era una finestra stretta, tecnicamente complessa, operativamente delicata. Bisognava documentare dall’alto le aree dove il sistema del volontariato era schierato, fornendo un quadro utile agli enti, ai Comuni, alla Provincia di Modena e alle strutture impegnate nell’emergenza. In genere, i sorvoli fotografici in scenari di calamità vengono affidati a gruppi aeromobili delle forze dell’ordine, dell’esercito o dei Vigili del Fuoco. Spesso si lavora da elicotteri come AB212, AW109 o AW139, mezzi che consentono maggiore stabilità relativa, migliore visibilità laterale e una finestra di ripresa più ampia per l’operatore foto-video. Quella volta, invece, la missione fu costruita attorno a un P92 Tecnam, velivolo leggero di stanza all’aeroporto di Tassignano, in provincia di Lucca.

Il piano di volo: partire da Tassignano, arrivare sulla ferita

Il decollo avvenne il 26 maggio alle 9.00. A bordo, in uno spazio ridotto, pilota e fotografo dovevano trasformare un mezzo non pensato per quella tipologia di ricognizione in una piattaforma documentale efficace. Qui la tecnica non è un dettaglio secondario: è parte stessa della notizia. Su un elicottero, l’operatore può contare su una finestra utile ampia, spesso prossima al metro quadrato. Su un P92 Tecnam la finestra di scatto disponibile è di circa 15 centimetri quadrati. Quindici centimetri: lo spazio minimo attraverso cui osservare un territorio vasto, colpito, frammentato, in continua trasformazione.

A complicare il lavoro c’era la configurazione del velivolo. Il P92 è un aereo ad ala alta. Questo significa che la struttura dell’ala può interferire con il campo visivo. Per ottenere immagini utili, l’assetto deve essere coordinato con precisione: l’ala deve trovarsi “a taglio” rispetto al terreno, il pilota deve mantenere traiettoria, quota e inclinazione compatibili con lo scatto, il fotografo deve anticipare il momento utile e lavorare in una cabina larga appena 120 centimetri. Non c’è improvvisazione in un’operazione simile. C’è preparazione, comunicazione continua, sincronismo. Ogni passaggio sopra un’area di interesse deve essere pensato prima, perché il tempo utile per lo scatto è breve e non sempre ripetibile. A terra ci sono campi, moduli, aree di assistenza, strade, edifici lesionati, punti sensibili. In volo ci sono vibrazioni, virate, luce, riflessi, turbolenze e limiti fisici imposti dal mezzo.

Fotografare senza violare: la responsabilità dello sguardo

Il fotogiornalismo in emergenza non è mai un esercizio neutro. Ogni immagine porta con sé una responsabilità. Raccontare un terremoto significa muoversi su un confine sottile: da una parte la necessità di documentare, dall’altra il dovere di non consumare il dolore delle persone come materiale narrativo. In quella missione, l’obiettivo non era produrre immagini spettacolari. Era mappare, testimoniare, restituire agli enti un quadro visivo dell’impiego del volontariato organizzato. Il materiale fotografico circolò internamente e con finalità divulgative fra enti, Comuni, Provincia di Modena e strutture del volontariato, mantenendo un rispetto rigoroso verso le comunità colpite e verso il lavoro del terzo settore.

È questa la differenza tra guardare e documentare. Guardare può essere istinto. Documentare è metodo. Richiede conoscenza del contesto, rispetto dei ruoli, prudenza nella diffusione, attenzione ai dettagli e consapevolezza che ogni immagine, una volta prodotta, diventa parte della memoria pubblica di un evento. Da terra il terremoto si misura nei crolli, nelle crepe, nelle transenne, nei sopralluoghi di agibilità, nelle tende montate, nelle persone che cercano informazioni. Dall’alto, invece, l’emergenza assume una forma diversa. Si vedono le geometrie dei campi, la disposizione dei mezzi, le aree operative, i percorsi di accesso, la relazione tra paesi e zone di assistenza. Si percepisce la scala del lavoro. Si capisce dove il sistema è arrivato, come si è disposto, quali spazi sono stati trasformati in presidi di sicurezza e supporto.

Ma per arrivare a quello sguardo serve una tecnica severa. Il fotografo non lavora comodamente davanti a una scena ferma. Lavora dentro un velivolo leggero, con un’apertura minima, su un territorio che scorre sotto l’obiettivo. Deve scegliere tempi rapidi, controllare l’inquadratura, compensare vibrazioni e movimenti, evitare elementi strutturali del mezzo, comunicare con il pilota, rispettare il piano di volo e non perdere l’istante.

Ogni scatto utile è il risultato di una manovra riuscita due volte: da chi conduce l’aereo e da chi documenta. Il pilota porta il mezzo nella posizione possibile; il fotografo trasforma quella possibilità in immagine.

Il valore operativo delle immagini

Quelle fotografie non furono soltanto immagini. Furono documenti. Servirono a bloccare nel tempo la disposizione delle risorse, l’articolazione delle aree di assistenza, la presenza delle colonne mobili, l’impronta del volontariato sul territorio ferito. In un’emergenza, documentare significa anche poter spiegare dopo: quali forze erano presenti, dove operavano, come venivano impiegate, quale risposta era stata messa in campo.

Il valore di quel materiale stava proprio nella sua concretezza. Non nella ricerca dell’eccezionale, ma nella precisione del quadro. Non nel mostrare il danno per il danno, ma nel rendere visibile il lavoro svolto attorno al danno: il soccorso, il coordinamento, la logistica, la presenza umana.

In questo senso, il sorvolo del 26 maggio 2012 rappresentò una riprova dell’operabilità delle colonne mobili nazionali di Protezione Civile del terzo settore. Dimostrò che, anche in una finestra temporale ristretta, con un mezzo non convenzionale per quel tipo di attività, era possibile produrre una documentazione utile, rispettosa e tecnicamente valida.

Oltre la notizia: la memoria di chi c’era

Quattordici anni dopo, il terremoto dell’Emilia non è soltanto una data. È una memoria civile. È il ricordo delle vittime, delle comunità colpite, dei lavoratori travolti nei luoghi di produzione, dei paesi feriti nei loro simboli storici, delle famiglie assistite, dei volontari che si alternarono per mesi. È anche la memoria di chi, quella notte, era di servizio in una piccola associazione della piana lucchese e si trovò, pochi giorni dopo, a salire su un aereo leggero per raccontare dall’alto ciò che a terra era diventato emergenza. La fotografia, in quel contesto, non fu un gesto estetico. Fu un atto di servizio. Un modo per restituire ordine visivo a un territorio sconvolto. Un modo per dire: siamo stati qui, abbiamo visto, abbiamo documentato, abbiamo rispettato. E forse è proprio questo il punto più importante. Il lavoro dei fotogiornalisti e degli operatori dell’immagine nelle emergenze non consiste nel cercare la scena più forte. Consiste nel comprendere ciò che si sta guardando. Nel sapere quando scattare e quando abbassare la macchina. Nel ricordare che dietro ogni edificio lesionato c’è una comunità, dietro ogni campo di assistenza ci sono persone, dietro ogni mezzo schierato c’è una catena di responsabilità.

Quando la tecnica diventa memoria

Il 20 maggio 2012 la terra scosse l’Emilia. Nei giorni successivi, il sistema di Protezione Civile rispose con uomini, mezzi, procedure, volontariato e coordinamento. Il 26 maggio, da una piccola cabina di un P92 Tecnam, attraverso una finestra di appena 15 centimetri quadrati, venne realizzato un lavoro di documentazione che ancora oggi conserva un valore particolare.

Non perché quelle immagini raccontassero tutto. Nessuna immagine può farlo.

Ma perché raccontavano qualcosa di essenziale: la capacità di esserci, di organizzarsi, di lavorare con precisione anche nel disordine dell’emergenza. La capacità di trasformare una richiesta difficile in una missione compiuta. La capacità di usare la tecnica non per dominare la scena, ma per servirla.

A quattordici anni da quella notte, ricordare significa anche questo: tenere insieme il dato e la storia, la cronaca e il rispetto, la macchina dei soccorsi e le persone che l’hanno fatta funzionare. Perché la notizia resta fondamentale. Ma il modo in cui la si racconta decide se quella notizia diventerà memoria.