Si possono perdere 12 anni di memoria per un incidente e poi tornare ad essere medici ancora più brillanti e capaci di prima. Con un’arma in più: l’empatia dell’ascolto. Ecco la storia del vero “Doc, nelle tue mani”: Pier Dante Piccioni.
Succede tutto in un lampo. È quasi estate, il 31 maggio del 2013. L’aria è davvero calda, preludio di una di quelle stagioni roventi che ci siamo abituati a vivere nella pianura Padana. C’è appena stata una splendida eclissi solare, ma sulla stampa non si parla che della tragedia del porto di Genova, con l’incidente della Jolly Nero. Presidente del Consiglio è Enrico Letta e, da pochi giorni, Giorgio Napolitano è il primo presidente al secondo mandato della Repubblica. Pierdante Piccioni, medico del Pronto Soccorso di Pavia, è in auto, lungo la tangenziale. Ha un malore. L’auto sbanda. Colpisce un guard-rail. Il buio.
Dopo l’incidente: ritorno al passato
Passano pochi istanti, l’intervento dei sanitari è rapido e in 15 minuti Piccioni viene trasportato al Pronto Soccorso dove – solitamente – è lui a guardare i pazienti dall’alto. Stavolta è suo il ruolo del protagonista, del paziente. Dopo alcuni giorni di coma riapre gli occhi. Ha una paresi, non muove parte del corpo. Ma soprattutto è tornato indietro nel tempo. L’ultimo ricordo della sua vita è del 25 ottobre 2001.
La Apple ha appena lanciato l’iPod. Alex Zanardi è sopravvissuto ad un incidente terrificante sulla pista del Lausitzring. Il mondo si è appena scontrato con il terrorismo integralista che ha causato il crollo delle Twin Towers. Pierdante Piccioni, come un naufrago disperso nel mare del tempo, è tornato nel suo mondo aggrappato a quei ricordi, sperone di vita rimasto intatto rispetto ai danni cerebrali causati dal trauma. E da quello sperone, Doc decide di ripartire e di riprendere in mano la sua vita.
Il viaggio nel tempo per arrivare al presente
“Ho dovuto fare i conti con tante cose. Ero professore a contratto dell’Università di Pavia, specialità di Medicina d’emergenza-urgenza. Ero consulente presso il Ministero della Salute, e fra i fondatori della società scientifica acEMC. Quando mi sveglio mi raccontano tutto. Faccio fatica a capacitarmi. Non ci credevo: in televisione c’era un Presidente degli USA di colore. C’erano due Papi contemporaneamente. C’era internet ovunque, in tutti i telefoni. Per i medici era arrivata pubMED, una rivoluzione”.
Tornare in corsia, tornare ad essere medico con fiducia e coraggio
Non solo: per tornare a fare il medico, Pierdante deve passare un periodo da paziente molto intenso: “Ho dovuto recuperare 12 anni per tornare a fare quello che mi interessava. Per due anni ho lasciato il lavoro per studiare. Faccio tutti gli accertamenti e gli esami che i miei direttori decidono di farmi fare. E fanno bene a farmi fare tanti esami perché, anche io, se fossi stato al loro posto, avrei scelto lo stesso percorso: rimettere un medico di emergenza in servizio, che ha perso 12 anni di “memoria” è complesso. Ma supero tutto e torno a fare il primario. Non a Pavia, ma a Codogno: quella Codogno, in provincia di Cremona. Un piccolo ospedale sconosciuto prima del COVID-19”.
Empatia, ascolto e non technical skills: dalla corsia all’università
Ma se il mondo della medicina è cambiato, il Pierdante Piccioni che torna medico lo è ancora di più: vede in modo diverso il rapporto professionista-paziente. Vive e sperimenta su di sé, come persona, le difficoltà nel farsi capire, nel farsi comprendere dai medici. “E’ per questi motivi che lascio la medicina di emergenza – che ho amato e amo – per dedicarmi al rapporto fra ospedale e territorio. Inizio ad occuparmi di riabilitazioni, complessità e integrazioni cliniche. Durante i miei giorni da paziente ho capito che la comunicazione non è solo una soft skills, ma è proprio uno dei sistemi per migliorare anamnesi, diagnosi e percorso di cure”.
L’arte e i libri: il legame per diffondere un concetto
Pierdante inizia a scrivere libri. Diventa il protagonista di “Doc, nelle tue mani” con un alter-ego di eccezione: l’attore Luca Argentero. Ma c’è bisogno di qualcosa in più. “In questi giorni avrei dovuto ricevere la meritata pensione, ma ho deciso di dare una mano a chi si occupa di cure primarie. Così con la mia direzione ho accettato di curare i rapporti fra la medicina ospedaliera e la medicina generale, per legare al meglio i fili della continuità assistenziale. Noi oggi guardiamo al problema del Pronto Soccorso vedendo una grande massa indistinta di persone che “inappropriatamente” usano il 118 o il Pronto Soccorso per ricevere assistenza sanitaria. Ma il punto su cui insistere non è l’improprio, è il cronicizzato. Quelli che se arriva in Pronto Soccorso lodevo ricoverare perché scompensato. In Lombardia il codice bianco in PS ci rimane un’ora, due ore. Le BPCO, lo scompenso cardiaco poli patologico, il diabetico, il cardiovascolare ci rimangono molto più tempo, senza un posto letto. Il mio lavoro oggi è sintetizzare questo: far si che i pazienti trovino la risposta adatta senza recarsi al Pronto Soccorso, che deve restare un percorso privilegiato per l’emergenza-urgenza”.
Il successo: ora DOC è davvero internazionale!
Ma il lavoro di “DOC” non è certo finito. E l’esperienza televisiva che ha trasformato i suoi libri in tre serie di grande successo ha cambiato diverse idee: “La mia esperienza personale, la scrittura dei libri e anche l’avvicinarsi ad un mondo artistico come quello della fiction ha solidificato una concezione che ho maturato facendo proprio il 118, a Crema, quando ero giovane: l’ascolto risolve la metà dei problemi. Sono felice che si parli di NTS anche come opzione terapeutica: scrittura, arte, musica, comunicazione sono attività che dobbiamo insegnare ai medici, ai soccorritori. Esattamente come la RCP, come il riconoscimento di un ECG, le NTS ti possono dare lo spunto giusto per fare la diagnosi corretta. Certo, se hai il paziente da intubare non è prioritario parlargli. Ma la stragrande maggioranza dei casi in cui il sanitario si trova ad operare sono con persone che comunicano il proprio stato, il proprio dolore. L’anamesi in MEU parte dall’ascolto, dal tempo giusto per ascoltare un paziente, interrogarlo, sentirlo. L’ascolto risolve una buona parte di problemi e non è naturale. Va insegnato, bisogna impararlo. Ringrazio di essere stato un paziente, perché l’ho imparato bene e ho capito bene quanto sia importante visto dall’altro lato del tavolo”.







