Chiedere aiuto in zona impervia è il primo tassello di un sistema complesso che si attiva con sforzi immani: sbagliare le informazioni di localizzazione quando la tecnologia non è efficace può risultare pericoloso.

In montagna l’incidente non è quasi mai solo una questione sanitaria. È anche una questione di tempo, posizione, comunicazione e ambiente. Una caduta su un sentiero, una distorsione lontano dal rifugio, un trauma durante un’escursione, un malore in quota o un’improvvisa perdita dell’orientamento diventano più complessi perché avvengono in luoghi dove l’ambulanza non può arrivare direttamente, il segnale telefonico può essere discontinuo, le condizioni meteo cambiano rapidamente e anche pochi metri possono fare la differenza. Per questo, quando si è vittima di un incidente in montagna o in ambiente impervio, la richiesta di aiuto non deve essere improvvisata. Deve essere rapida, lucida e completa. Il primo obiettivo è proteggersi da ulteriori rischi. Il secondo è farsi trovare.

Prima regola: fermarsi, proteggersi, capire

Dopo un incidente, l’errore più comune è muoversi subito, tentare di “rientrare comunque” o sottovalutare il problema. In ambiente impervio, però, un infortunio moderato può peggiorare molto rapidamente se si continua a camminare, soprattutto in caso di dolore importante, trauma alla testa, sospetta frattura, ipotermia, disidratazione o perdita dell’orientamento. La prima azione è fermarsi in sicurezza. Se possibile, bisogna spostarsi solo di pochi metri per uscire da pericoli immediati: caduta massi, bordo di un pendio, alveo di un torrente, tratto esposto, zona battuta dal vento o dalla pioggia. Se il movimento aumenta il dolore, causa vertigini o riguarda un trauma importante, è meglio non forzare. Poi occorre valutare la situazione con calma: sono solo o con altri? Riesco a respirare bene? Ho perso sangue? Ho battuto la testa? Riesco a muovere braccia e gambe? Sono al caldo? So dove mi trovo? Ho campo telefonico? Queste domande non sostituiscono l’intervento dei soccorritori, ma aiutano a costruire una richiesta di soccorso più efficace.

Quando chiamare i soccorsi

In Italia, per il soccorso in montagna è necessario chiamare il 112 o il 118, secondo quanto indicato dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. La chiamata di soccorso è gratuita su tutto il territorio nazionale.  La chiamata va fatta senza ritardi quando c’è un trauma importante, un dolore che impedisce di camminare, un sospetto trauma cranico, perdita di coscienza anche breve, difficoltà respiratoria, dolore toracico, segni di ipotermia, sanguinamento non controllabile, disorientamento, impossibilità a proseguire o rientrare in sicurezza, buio in arrivo, maltempo, presenza di bambini, anziani o persone fragili.

Chiamare presto non significa “esagerare”. In montagna, il tempo necessario per raggiungere una persona può essere lungo, e la centrale operativa deve valutare mezzi, squadre, meteo, accessi e modalità di recupero. Una chiamata tempestiva permette di organizzare meglio la risposta.

Cosa dire all’operatore

Durante la chiamata bisogna rispondere con calma e chiarezza. Anche se si ha paura, è importante non chiudere la comunicazione e non spostarsi continuamente alla ricerca di campo se si è già riusciti a parlare con la centrale. Le informazioni essenziali sono: chi chiama, cosa è successo, quante persone sono coinvolte, quali sono le condizioni dell’infortunato, dove ci si trova, da quale numero si sta chiamando, quanta batteria resta, quali sono le condizioni meteo e se ci sono ostacoli evidenti all’arrivo dei soccorsi. La posizione è il punto critico. Dire “sono su un sentiero sopra il paese” può non bastare. Meglio indicare il nome del sentiero, il numero CAI se presente, il rifugio o la località più vicina, il punto di partenza, la direzione di marcia, il tempo trascorso dall’ultima località nota, eventuali cartelli, bivi, torrenti, creste, malghe, impianti, ponti, cappelle, tralicci o altri riferimenti riconoscibili.

Se si dispone delle coordinate GPS, vanno comunicate esattamente come appaiono sul telefono o sul dispositivo. È utile specificare il formato, per esempio gradi decimali o gradi/minuti/secondi, evitando di “tradurre” i numeri a memoria.

Localizzazione: il telefono è uno strumento di soccorso, non solo di comunicazione

Il telefono, in montagna, deve essere considerato parte dell’equipaggiamento di sicurezza. Deve essere carico, protetto dal freddo e dall’acqua, possibilmente affiancato da un power bank. Il freddo riduce rapidamente l’autonomia della batteria; tenerlo in una tasca interna può fare la differenza. La localizzazione automatica della chiamata può aiutare le centrali, ma non deve essere considerata infallibile. In ambiente montano, valli strette, copertura discontinua, spostamenti, pareti e boschi possono rendere più difficile individuare con precisione la persona. Per questo è essenziale saper leggere e comunicare la propria posizione. Uno strumento utile è GeoResQ, l’app gratuita dedicata alla geolocalizzazione e all’inoltro delle richieste di soccorso per chi frequenta la montagna e gli ambienti outdoor. Il servizio è gestito dal CNSAS, promosso dal Club Alpino Italiano con il supporto del Ministero del Turismo.  L’app permette di inviare un allarme comunicando posizione e percorso, informazioni che possono essere determinanti per le attività di ricerca e soccorso.  GeoResQ non va scoperta il giorno dell’incidente. Va scaricata prima, configurata, provata nelle sue funzioni consentite e conosciuta. In emergenza non c’è sempre tempo per imparare a usare un’applicazione. Senza dimenticare che esiste sempre anche l’app WHEREAREU del NUE112 che permette localizzazione senza bisogno di fonia in tutta Italia.

Se il segnale è debole?

In caso di segnale telefonico intermittente, bisogna cercare di non consumare inutilmente la batteria. Può essere utile inviare un messaggio con posizione, condizioni e richiesta di aiuto a un contatto affidabile, ma questo non sostituisce la chiamata al numero di emergenza o l’attivazione dei canali dedicati. Se la chiamata cade, bisogna restare nel punto in cui si è riusciti a comunicare, salvo pericolo immediato. Cambiare continuamente posizione può rendere più difficile la localizzazione. Se si riesce a parlare anche solo per pochi secondi, le informazioni da dare subito sono: “sono ferito”, “mi trovo in…”, “coordinate…”, “siamo in… persone”, “telefono con poca batteria”. Quando possibile, conviene disattivare funzioni non necessarie, ridurre la luminosità, chiudere applicazioni superflue e preservare energia per le comunicazioni con i soccorritori.

Primo soccorso: fare poco, ma farlo bene

Chi è vittima di un incidente deve evitare manovre rischiose. Il primo soccorso in montagna, quando si è soli o in piccoli gruppi, non consiste nel “risolvere” il trauma, ma nel non peggiorarlo.

In caso di ferita sanguinante, si deve comprimere con materiale pulito o con ciò che si ha a disposizione, mantenendo una pressione costante. In caso di sospetta frattura o distorsione importante, l’arto va immobilizzato nella posizione più comoda possibile, senza tentare riallineamenti. In caso di trauma alla testa, perdita di coscienza, vomito, confusione o sonnolenza, la persona deve essere considerata a rischio e sorvegliata fino all’arrivo dei soccorsi.

La protezione dal freddo è una priorità. Anche in estate, dopo un trauma, restare fermi, sudati o bagnati può portare rapidamente a raffreddamento. Un telo termico, una giacca antivento, un berretto, un cambio asciutto o uno zaino usato come isolamento dal terreno possono ridurre il rischio di ipotermia.

Bere può essere utile se la persona è cosciente, vigile e non ha nausea importante, ma non bisogna forzare l’assunzione di liquidi. Cibo, farmaci e antidolorifici vanno gestiti con prudenza, soprattutto se è possibile un recupero sanitario o un intervento medico.

Farsi vedere e farsi raggiungere

Una volta attivati i soccorsi, la localizzazione continua anche sul posto. Bisogna rendersi visibili, senza esporsi a ulteriori pericoli. Indumenti colorati, telo termico, lampada frontale, fischietto, luce del telefono, segnali vocali o gestuali possono aiutare le squadre a individuare il punto esatto.

Se si sente o si vede l’elicottero, non bisogna spostarsi verso zone più esposte o correre incontro ai soccorritori. È meglio restare in sicurezza e seguire le indicazioni ricevute. L’elicottero genera vento, rumore e possibile sollevamento di materiali; zaini, bastoncini, teli e oggetti leggeri devono essere fissati.

Se si è in gruppo, una persona può eventualmente portarsi in un punto più visibile solo se il percorso è sicuro, se rimane il contatto con l’infortunato e se questa scelta è stata concordata con la centrale o con i soccorritori. Separarsi senza criterio, invece, può creare un secondo problema.

Prevenzione: la richiesta di aiuto comincia prima della partenza

La capacità di chiedere aiuto in zona impervia si costruisce prima dell’escursione. Informare qualcuno sull’itinerario, controllare meteo e orari, partire con telefono carico, power bank, abbigliamento adeguato, acqua, telo termico, lampada frontale e una piccola dotazione di primo soccorso non è un eccesso di prudenza. È parte della sicurezza. Lo stesso vale per la conoscenza del percorso. Sapere leggere una carta, riconoscere un bivio, annotare il nome del sentiero, salvare offline la traccia o avere un’app di cartografia può ridurre i tempi di intervento in caso di incidente. La montagna non richiede paura, ma rispetto. E il rispetto passa anche dalla consapevolezza che il soccorso non è un gesto magico: è un’organizzazione complessa, fatta di centrali operative, tecnici, sanitari, elicotteri, squadre territoriali e decisioni rapide. Più precisa è la richiesta, più efficace può essere la risposta. Insomma: qualcuno a casa è sempre bene che sappia dove siete diretti, quanto tempo ci dovrete mettere a fare un percorso, qual è la vostra destinazione finale. Se per mille motivi tu non puoi chiamare, assicurati che ci sia qualcuno che può lanciare un allarme prima che sia troppo tardi.

Il punto chiave

Quando si è vittima di un incidente in montagna, chiedere aiuto significa fare tre cose: proteggersi, comunicare, farsi localizzare. Non bisogna vergognarsi di chiamare. Non bisogna aspettare che la situazione diventi ingestibile. Non bisogna muoversi a caso per “non disturbare”. In ambiente impervio, la lucidità del primo minuto può orientare tutto ciò che accade dopo. Il soccorso inizia dalla chiamata. Ma una buona chiamata nasce da una persona che riesce a dire, anche nella paura: cosa è successo, dove si trova, di cosa ha bisogno.