Il più recente rapporto AGENAS mette in luce ritardi importanti in alcuni sistema di emergenza-urgenza: 41 ASL su 110 impiegano più di 20 minuti per inviare un’ambulanza, oltre lo standard nazionale. Andiamo oltre gli allarmismi: cosa possiamo fare per migliorare?
Il nuovo rapporto AGENAS sui tempi di intervento delle ambulanze in Italia segnala che in 41 aziende sanitarie locali su 110 l’arrivo dell’ambulanza supera i 20 minuti, oltre il limite previsto dai livelli essenziali di assistenza (LEA). Il caso più grave è quello dell’ASL di Vibo Valentia, con una media di 35 minuti, mentre in altre aree calabresi il tempo di attesa supera regolarmente la mezz’ora. Questi ritardi rappresentano non solo un disservizio organizzativo, ma un rischio per la salute dei cittadini, soprattutto nei casi “tempo-dipendenti” come infarti, ictus o traumi gravi. Eppure ci sono diversi parametri che non vengono presi in considerazione e che non sono stati ancora considerati. Vediamo di capire quali.
Standard normativi e ruolo critico del 118
Secondo le linee guida del servizio di emergenza, il primo mezzo di soccorso deve raggiungere il luogo dell’evento entro 18 minuti dal codice di allarme. Una tempistica di misurazione più contestuale è quella definita in passato fra aree urbane ed aree extra-urbane. 8 minuti in area urbana. 20 minuti in area extra-urbana. Il nuovo standard è parte integrante dei LEA ed è il parametro con cui si misura la qualità del sistema di emergenza-urgenza nel Paese. Il superamento sistematico di questo limite indica che, nonostante l’impegno di operatori e strutture, c’è da ottimizzare la parte organizzativa che richiede analisi, investimenti e particolare oculatezza.
Cause dei ritardi e potenziali margini di intervento
Le ragioni dei ritardi sono molteplici: carenza di personale, logistica territoriale complessa, strade inadeguate o infrastrutture non favorevoli al passaggio rapido delle ambulanze. Inoltre, come già evidenziato in precedenti analisi del nostro giornale(LEGGI IL NOSTRO ARTICOLO QUI), il “tempo recuperabile” non è solo nella chiamata al 118 o nella codifica dell’emergenza, ma soprattutto nella rapidità del dispiegamento del mezzo e nella coordinazione del sistema di soccorso. Entità differenti a livello scientifico hanno dimostrato che è possibile snellire il percorso dell’ambulanza adottando logiche di mobilità efficienti, percorsi stradali ottimizzati e formazione specifica per gli autisti. Ma, soprattutto, dispiegamento capillare più attento, risorse meglio distribuite e competenze multi-ruolo. I numeri e i tempi infatti dicono chiaramente che non ha senso spendere tanti soldi per avere poche ambulanze medicalizzate, ma è più efficiente avere una gradazione di competenza sanitaria a bordo, per aumentare il numero dei mezzi a disposizione del cittadino affinché possa arrivare nei tempi previsti, nell’ospedale più adeguato.

Quanto incidono i ritardi sulla qualità dell’emergenza-urgenza?
Per le patologie tempo-dipendenti come infarti, ictus o traumi, ogni minuto conta: un intervento ritardato può compromettere significativamente l’esito clinico. Quando l’ambulanza arriva oltre lo standard, non è solo una questione organizzativa: è una perdita concreta di opportunità di cura. Ecco perché le prestazioni misurate da AGENAS non sono soltanto statistiche, ma un indicatore di salute collettiva. Dei ritardi sistematici derivano disuguaglianze nell’accesso al soccorso sul territorio nazionale, a discapito soprattutto delle aree più fragili e meno servite. A parlarne nello specifico è stato Yari Barnabino, referente per la tematica di AIES (Accademia Italiana di Emergenza Sanitaria). Barnabino riconosce che i dati AGENAS sui tempi di attesa oltre i 20 minuti in 41 ASL siano un segnale grave, soprattutto nei casi tempo-dipendenti (ictus, infarto, trauma maggiore), ma sottolinea che limitarsi a misurare il cronometro è riduttivo: il vero nodo è la capacità del sistema di garantire esiti clinici omogenei sul territorio. Propone quindi di superare una visione “trasportistica” del 118 e di introdurre indicatori nazionali di outcome (sopravvivenza, disabilità residua) che rendano le aziende sanitarie realmente responsabili della qualità delle cure, sul modello degli Ambulance Quality Indicators del NHS inglese. Solo spostando il focus dal tempo di arrivo dell’ambulanza alle vite salvate e alla disabilità prevenuta, conclude Barbabino, l’emergenza-urgenza italiana potrà evolversi in un sistema maturo ed equo.
Quale azione percorrere per prima?
L’analisi del rapporto AGENAS evidenzia un problema strutturale: troppe aree del Paese non garantiscono il soccorso nei tempi previsti, con una qualità omogenea. Tuttavia, l’esperienza di regioni come Emilia‑Romagna, Lombardia e Toscana conferma che un sistema efficiente è possibile, se accompagnato da governance attenta, strutture ben organizzate e coordinamento territoriale. E tutto questo si può fare senza avere su ogni ambulanza un medico, oppure un infermiere. Ma costruendo equipaggi graduati per complessità e necessità territoriali. Nei casi in cui serva il medico, questo può giungere sul posto con l’automedica, o l’autoinfermieristica. Ma la capillarità di presenza rimane un punto cardine per chi abita in aree disagiate. Per il futuro del 118 in Italia, la sfida è chiara: ridurre i ritardi, migliorare le competenze, garantire equità di intervento su tutto il territorio nazionale.







